The Martian: fra Sci-fi e marketing

Approfittando dei Cinema Days sono andato a vedere l’ultimo film di Ridley Scott, The Martian, dove Matt Damon, sempre lui, deve essere di nuovo salvato. Se prima era il soldato Ryan, adesso è Mark Watney, astronauta, che a causa di una tempesta si ritrova a dover sopravvivere da solo su Marte, mentre i suoi compagni lasciano il pianeta credendolo morto. Oltre Jason Bourne, l’alter ego actio di Damon, nel cast abbiamo Jessica Chastain, Chiwetel Ejoofor – oscar per 12 anni schiavo -,  Kate Mara – vista nelle prime due stagioni di House of Cards -, Jeff Daniels e Sean Bean – il Boromir de Il Signore degli Anelli -, che incredibilmente alla fine del film è ancora vivo!

Il film è tratto dal libro omonimo di Andy Weir, che è scienziato, programmatore ma soprattutto ha lavorato a Word of Warcraft, quindi qualcosa dei gusti del pubblico ne dovrebbe sapere.
Lo sceneggiatore è Drew Goddard, che in attivo per il grande schermo ha Cloverfield, ma è nella serialità che si è formato: nello staff di Buffy, poi nel gruppo di produzione e scrittura di Lost e Alias. Nel 2013 viene assunto dalla Marvel e diventa produttore esecutivo e showrunner per Daredevil, che presto arriverà anche in Italia, e per lo spin-off di Spider-Man Sinister Six (c’è ancora da attendere)
Quarto film di fantascienza, come scrivono in tanti, per Ridley Scott, dopo i due intoccabili – Alien e Blade Runner – e il molto discutibile Prometheus. Il film è buono, si lascia vedere fino alla fine nonostante la durata di 140 minuti. Il cast funziona e ognuno fa bene il suo compito, anche se vorremmo vedere Matt Damon o fare il cattivo, o morire, almeno in un film. Però io non sono convinto che questo sia un film di fantascienza, se non nel senso stretto del termine, penso piuttosto a un film sulle dinamiche di gruppo e sul branding.

La location è splendida. Marte è ambientato nel deserto giordano del Wadi Rum , che grazie dalla fotografia rende benissimo il fascino rosso del pianeta. Non basta però. Neanche le astronavi bastano a fare fantascienza, il che non rende il film brutto, ma per analizzarlo bisogna spostare il focus. L’ha centrato Meri Pop al secolo Tiziana Ragni che ha centrato il cuore del film nel suo blog SupeCaliFragili:

“Di fantascientifico il film ha molto poco. Di geniale e motivazionale, per me, parecchio. Si potrà storcere il naso sull’americanata di fondo ma nell’astronauta creduto morto e abbandonato su Marte, e nella lotta di Mark Watney per la sopravvivenza in un ambiente ostile in cui si avventura lui per la prima volta completamente solo, ho visto altro e cioè: cosa succede quando anche a noi capita di avventurarci in un territorio difficile e sconosciuto?
Succede che alla fine a salvarci, e a farci tornare, non sarà tanto la tecnologia ma l’ironia e l’umorismo. E l’alleggerire i fardelli, siano la scocca di un’astronave o di umani negativi. A salvarci non saranno solo i ritrovati scientifici ma la solidarietà dei nostri compagni di avventura. E il genio che sapremo tirar fuori per trovare la nostra personale via d’uscita. Si sopravvive, e si torna vincitori da un pianeta ostile, prima da soli. Ma infine insieme.”

Siamo al marketing motivazionale, al di là del senso collettivo che gli attribuisce la Ragni, è un tema molto americano, soprattutto viste le vicende che hanno coinvolto gli enti, anche se proprio la NASA non è l’NSA. Però per me c’è anche un altro punto: proprio la NASA è il suo brand. Mi sono accorto guardando questo video che ribadisce come il film sia scientificamente valido e mostra tutti i progressi tecnologici dell’agenzia spaziale americana. Si dice di come tutto quello che si vede sullo schermo o c’è già o è in sviluppo. C’è inoltre una parte sull’aiuto cinese nell’impresa, cosa che bisogna tenere nascosta al popolo cinese, o meglio gli americani fanno vedere come i cinesi governino nell’ombra. Mettici anche la Germania con un proprio astronauta e fai una goodwill coalition sempre capitanata dagli USA. La NASA ne esce forte, trasparente e pulita, poi bisognerebbe vedere se corrisponda alla realtà, però c’è un grande operazione di brand management che rilancia il programma spaziale, grazie soprattutto con le facce e le ottime interpretazioni di Chiwetel Ejoofor, un nero premio oscar, e Jeff Daniels, l’anchorman di Newsroom che dice sempre la verità. C’è anche un protagonista forse dimenticato, la sonda Pathfinder che arrivò su Marte nel 1997 e mandò immagini in tutti i computer del mondo grazie al piccolo Rover che bighellonava fra le fredde rocce rosse. Se bisognava rilanciare il progetto per Marte, senza mettere di mezzo gli alieni, allora il film riesce anche in questo per un pubblico mainstream, ma di fantascienza non se ne vede molta poca.

 

 

 

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