THE GENTLEMEN: UN PURISSIMO GUY RITCHIE

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Guy Ritchie, pur essendo un regista poliedrico, è riuscito a distinguersi dagli altri suoi colleghi dietro la macchina da presa grazie ad alcuni elementi che da sempre distinguono la sua poetica centrandosi in un approccio narrativo, figurativo e linguistico estremamente riconoscibile e difficile da replicare. Lock & Stock – Pazzi scatenati, Snatch – Lo strappo, RocknRolla e The Gentlemen, sono solamente alcuni esempi, piuttosto diretti, del tocco di un regista che oggi ha deciso di ritrovare le proprie origini creative attraverso la serialità. Partendo proprio da quest’ultima pellicola è arrivata su Netflix la serie tv di The Gentlemen. Si tratta di una serie che si sviluppa dagli eventi cui abbiamo assistito in precedenza nell’omonima pellicola, per poi estenderne la portata attraverso un cast corale connesso con il passato, il presente e il possibile futuro. Ancora una volta l’Inghilterra quindi, ancora una volta i meandri oscuri di una Londra abitata dai personaggi più curiosi, eccentrici e mostruosi che si possa immaginare in questo senso, concentrati in una battaglia sottocutanea in cui sangue, violenza e droga sono all’ordine del giorno.

Chi ha visto il film conosce bene le trovate più interessanti alla base della narrazione e gli sviluppi in questo senso. La serie tv però, differentemente dal passato, sposta il punto di vista “dall’altra parte” incentrandosi innanzitutto sul personaggio di Eddie Horniman (portato sul piccolo schermo da un Theo James perfettamente in parte), un militare di stanza all’estero obbligato a tornare in Inghilterra per visitare il vecchio padre in fin di vita. Durante i suoi ultimi attimi, il duca di Halstead sarà sia fuggevole che diretto con il suo secondogenito, lasciandogli più dubbi che altro. Quando si tratta di famiglie ricche e potenti, le tradizioni, soprattutto in Inghilterra, tendono a prendere il sopravvento sul buon senso e su tutto il resto, mantenendo quell’impronta decadente tipica della cultura british.

Durante la lettura del testamento, però, in un colpo di scena che nessuno si sarebbe mai aspettato, sarà proprio Eddie a ereditare tutto quanto, titolo nobiliare compreso, e non l’incapace ed eccentrico fratello maggiore Freddy (Daniel Ings in un’interpretazione memorabile). Le diatribe familiari interne in questo senso cederanno ben presto spazio a un’altra questione più oscura e all’ombra di una figura paterna che non ne ha mai fatto parola coi propri figli, riallacciandosi perfettamente a quanto visto nel film e riprendendo in mano le redini di un’idea che in questo caso viene espansa all’inverosimile.

The Gentlemen, in questa nuova e successiva veste seriale, diventa fin da subito un vero e proprio concentrato di Guy Ritchie. La sua impronta creativa si palesa in ogni singolo dettaglio, in ogni elemento anche estetico e figurativo, nei personaggi stessi e nella loro caratterizzazione. La malavita londinese e quel particolarissimo approccio narrativo che da sempre contraddistingue il regista, apriranno la strada a un viaggio in cui saranno i personaggi innanzitutto a incuriosire. La disparità di classe, approfondita anche dal punto di vista linguistico (con questo inglese che cambia continuamente di bocca in bocca, sviluppandosi in una pluralità di accenti con cui lo stesso Ritchie ha fatto i conti in passato), le ombre più oscure e fameliche ben celate da un’eleganza posh e falsa fino al midollo in un gioco di maschere continuo, e l’attenzione maniacale verso tutti i protagonisti, anche i più fuggevoli, governano l’intero andamento di The Gentlemen.

La costruzione stessa del contesto risulta estremamente coerente con l’approccio cinematografico e narrativo più classico tipico di Guy Ritchie, modellando il mondo intorno a questa famiglia dell’aristocrazia inglese attraverso i continui confronti con una cornice fatta di volti immediatamente affascinanti e indelebili. Che si tratti di soprannomi, di stile nel vestiario, o di accenti socialmente identificabili, tutti i personaggi di The Gentlemen sono tratteggiati da un appeal che li rende fin da subito riconoscibili e soprattutto identificabili, giocando con la percezione stessa del male e dell’oscuro che può avere lo stesso protagonista o gli spettatori davanti allo schermo. In questo forte, profondo e significativo contrasto fra realtà apparente ed effettiva si sviluppa la grande fascinazione verso un mondo, quello della criminalità sia individuale che organizzata, ancora oggi capace di catturare e coinvolgere, se ben costruito. L’eccentricità generale della serie, non a caso, deriva proprio dalla stessa creatività facilmente ricollegabile al cosiddetto “stile Guy Ritchie”, a quel particolare connubio fra “mostruosità” e tendenza al fumetto leggera capace di bilanciare e sorprendere di servendosi di esseri umani dalla dubbia moralità, sia vicinissimi che lontanissimi dagli stessi spettatori, bilanciando continuamente umanità sincera e pura, con violenza sanguinaria e pulp.

Parlando di stile, da un punto di vista più puramente formale The Gentlemen si muove di pari passo con le stesse frequenze dei propri protagonisti, impacchettandone le dinamiche attraverso una regia e costruzione che alterna momenti pulp, a trovate del tutto folli (con qualche sbavatura e forzatura) che sanno sicuramente lasciare il segno. La credibilità di fondo, poi, viene alimentata da un cast d’eccezione che comprende volti come quello di Giancarlo Esposito, Kaya Scodelario, Vinnie Jones, Joely Richardson o Ray Winstone, tutti perfettamente connessi con una mimesi artistica interessante e funzionale al racconto per immagini. Un Guy Ritchie allo stato più puro possible