True Detective – Questione di scrittura

Ad Aprile scrissi per un altro blog un post su True Detective, serie la cui qualità è altissima. Lo ripubblico vista la recente messa in onda su Sky.

Mai e poi mai avrei pensato di incontrare, seppur virtualmente uno che si chiamasse Nic Pizzolatto. E’ un nome buffo, è nata in Louisiana, di chiara origine italiana e fino al 2010 insegnava in alcune università. Poi ha mollato, si è messo a scrivere a tempo pieno e gli è riuscita l’impresa di scrivere una grande serie tv: True Detective. Non esagero nel dire che sarà fra le migliori del 2014 e per superarla si dovrà fare veramente tanto. Certo aveva questi due signori qui a fare gli interpreti, Matthew McCanoughey (Rust) e Woody Harrelson (Marty), ma qui c’è una scrittura incredibile.Perché la tv, molto di più del cinema, come si ripete sempre, è ancora il regno della scrittura. Anzi, adesso ancora di più. Il racconto video è una questione di sintesi, come si dice, il cinema è proprio una sintesi fra immagini e parole, tutto poi messo insieme dal montaggio. In tv tutto deve essere scritto, preparato, altrimenti uno se ne accorge. Ora non mi ribadite una lunga lista di prodotti italiani, perché dimostra che anche voi ve ne siete accorti, ricordate inoltre che ci sono tante specifiche che riguardano i prodotti televisivi e che non è un reato guardare anche quelli scarsi, peccato che nel nostro panorama nazionale la qualità sia scarsa. True Detective ci ha regalato una prima stagione fenomenale, otto puntate in cui i dettagli sono estremamente curati, dove tutto era al servizio del racconto. Lo scenario delle glades della Louisiana è perfetto per creare un racconto gotico, con una colonna sonora, curata da T Bone Burnett, che marcava di più quel senso di smarrimento alla ricerca del killer, del colpevole, o dei colpevoli, della setta, di Carcosa, nome della follia, antico, come qualcosa che c’è prima della vita e dopo la morte.

Marty e Rust, i due personaggi principali, sono due poliziotti, anzi due uomini, consumati, logorati alla fine, da loro stessi e dalla vita, simili, opposti e differenti nel loro modo di intendere l’esistenza. In comune un attaccamento alla professione, come se il loro “to protect and serve” non fosse solo una mission aziendale, ma un imperativo morale da vivere in maniera comunque personale. Non sono cavalieri in armatura, anzi tirano fuori tutto il malessere che hanno dentro, come fossero dei problematici supereroi Marvel anni ’70. L’oscurità e la luce, uno scontro che rasenta l’epica, dove le vittime possono essere tutti. Marty è un poliziotto del sud, con una bella moglie (Michelle Monaghan), due figlie che cresceranno e faranno gli errori di tutti gli adolescenti, mentre lui indugia troppo con la bottiglia e con altre donne. Eppure è uno benvoluto dagli altri.
Rust è un uomo solo, la figlia è morta a tre anni, una donna non c’è, ha problemi a relazionarsi con chiunque, è stato un infiltrato nel mondo della droga, ha le visioni, una sensibilità forte e lo chiamano Taxman – L’uomo delle tasse, per la sua abitudine a segnare tutto su un registro, non un blocchetto, ma un registro, nero. E’ dannatamente bravo, soprattutto negli interrogatori.

Il contorno, che è protagonista, è il sud degli States, con quelle atmosfere di certi grandi scrittori come Joe Lansdale, quelle vite che non sono uomini, e non sappiamo neanche cosa davvero siano, a che specie appartengono, ma col timore che potremmo incontrarli o forse essere noi.  Storie che si dividono, come i mille rivoli dei fiumi che bagnano il Sud.
Purtroppo Rust e Marty ci hanno salutato, non saranno nella seconda stagione. Si tratta di un’antologica, quindi alla prossima cambierà tutto. Vi invidio perché potrete vederlo senza sapere nulla, io lo consiglio, non credo che arriverà in Italia, ma trovate il modo di guardarla, perché anche stavolta HBO ha fatto centro.

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