The Patient: un setting claustrofobico per lo psicologo ed il killer. Per scoprirsi.

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Quando sentì il nome e poi guardi il viso di Steve Carrell hai immediatamente il ricordo di uno degli esempi della sitcom nella serialità americana: The Office. Lui, che è la voce di Gru il capo dei Minions, che è stato Micheal Scott in quella serie, il capo che voleva essere sempre il primo ma che in realtà arrancava nel lavoro e nelle risposte, è riuscito a realizzare una versione, quella USA, che ha avuto più successo ed è stata giudicata migliore da quella ottima made in England, che aveva quel gigante che Ricky Gervais insieme ad uno strepitoso attore che è Martin Freeman, il dottor Watson dell’Holmes Cumberbatch. E adesso invece Carrell te lo ritrovi in The Patient, – trasmesso da Disney+ – un thriller che davvero mette i brividi, dove uno psicoterapeuta viene rapito da un serial killer, segregato ed incatenato in una casa nel bosco, perché non vuole più uccidere. Voi che dite, fa paura?

 

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Alan Strauss, questo il personaggio interpretato da Steve Carrell, è un terapista che, dopo una perdita straziante, sembra faticare nel dare supporto ai propri pazienti. Il suo momento di crisi coincide con l’arrivo di Gene (Domhnall Gleeson), giovane problematico che si rivela un paziente estremamente complesso per Alan, apparentemente incapace di far aprire Gene e arrivare al cuore dei problemi che avvelenano l’anima del ragazzo. A cambiare radicalmente la prospettiva di Alan è il risvegliarsi una mattina in un seminterrato, incatenato a un letto, scoprendo di esservi stato portato proprio da Gene, che dopo aver rivelato di chiamarsi in realtà Sam, scoperchia una verità che sgomenta Alan: è un serial killer. Alan non si rivela essere la nuova vittima di scia di morti, bensì un tentativo estremo di Sam di fermare questo suo lato, costringendo Alan a lottare tra la volontà di sopravvivenza e la vocazione a salvare la psiche, e forse l’anima, di Sam. Come sempre non posso rivelare altri particolari sia per una questione di spoiler, ma soprattutto perché le sorprese non sono poche.
La cosa importante e che rende The Patient davvero fuori dalle righe rispetto alle ultime stagioni è che il concept della serie non deve ingannare: non ci sono scene cruente di uccisioni. Pur trattando il tema dell’omicidio, The Patient non scende nella visualizzazione della violenza, trattandola come una conseguenza quasi marginale di una situazione psicologica ed emotiva. Le poche scene in cui assistiamo a sfoghi di violenza sono quasi sempre riconducibili a una frustrazione liberatoria da parte di Alan, sia essa immaginaria o di disperata ricerca di una via di fuga, contribuendo a mantenere il tutto su un livello fortemente cerebrale.
Altro particolare di The Patient rispetto al panorama delle produzioni degli ultimi anni è quello relativo allo scenario e agli spazi recitativi. Il confine imposto allo spazio recitativo dei protagonisti di The Patient non tarda a rivelarsi come uno degli spunti più intriganti della serie. Abituati alla sicurezza promessa dall’ambiente terapeutico in cui gli analisti accolgono i loro pazienti, con The Patient assistiamo a un radicale cambio di percezione, nel momento in cui il terapista viene messo in una posizione di non sicurezza, garantita invece al paziente. Con il suo gesto, Sam crea una nuova condizione terapeutica, in cui Alan si ritrova a essere la parte ‘debole’. Lontano dal suo studio, il dottor Strauss smette di esser sicuro del proprio ruolo, un elemento di rottura che consente allo stesso Alan di avviare un processo patientinteriore di analisi della propria vita che potrebbe rivelarsi la chiave per aiutare Sam. Ci troviamo dentro un setting claustrofobico dove la catena che imprigiona Steve Carrell risuona come una campana tibetana che suona il tempo dell’essere dei due, e non solo, personaggi.
Non si vuole spettacolarizzare il serial killer, ma lo si mette a nudo puntando a creare un ritratto emotivo e psicologico di un uomo che concepisce il male che infligge, ma cerca al contempo di liberarsene, convinto che solo affrontando un percorso terapeutico possa porre fine alla sua pulsione. C’è poi lo stress persona del terapeuta, di Alan con la recente perdita della moglie e la frattura creatasi con il figlio Ezra, motivata da scelte di carattere religioso, vengono utilizzati come leve emotive su cui muovere l’intera vicenda, tramite un attento utilizzo dei flashback con cui rivelare allo spettatore le ferite emotive di Alan.
Steve Carrell è oramai pienamente a suo agio con ruoli che lo spingono a trovare radici emotivi forti nei suoi personaggi. Per un attore inizialmente associato alla comicità, dopo l’esperienza transitoria con la versione americana di The Office, in cui la comicità lasciava spazio a una spiazzante ritrattistica umana, Carrell ha intrapreso un percorso attoriale che lo ha portato a confrontarsi con sfumature di umanità affascinanti e urticanti. La disturbante personalità di Sam viene resa magnificamente da Domnhall Gleeson, messo duramente alla prova da un ruolo in cui non esiste un solo attimo di pace. Sam vive sul filo del rasoio per l’incapacità di accettare sé stesso e di comprendersi, con un odio viscerale che trova sfogo in una serie di minuscoli indizi gestuali, creando una straziante percezione nello spettatore della disperazione con cui il giovane vede in Alan una via di uscita da un’esistenza odiata. Non solo interpretazioni, perché non si spreca mai una scena ed una inquadratura – anche per la durata molto breve delle puntate – che viene utilizzata a fomentare speranza di guarigione, di vita o di libertà. L’emotività del setting psicoanalitico è multidimensionale in un meccanismo narrativo pieno di cliffhanger. Ottima sorpresa.

 

Uno Setting Psicologico Seriale

 

La figura dello psicoterapeuta ha avuto poche buone realizzazioni. Non è facile e spesso di cada in banalità e luoghi comuni. Molti penseranno sicuramente a Criminal Minds e al suo team di profiler. Per me quello, a parte l’inizio, è come riempire delle stagioni con banalità prese dalla rete. The Sinner è una serie psicologica coinvolgente. Le due stagioni raccontano due storie diverse, ma entrambe condividono un dettaglio simile: i protagonisti hanno subito un trauma da più giovani, portandoli a commettere crimini da adulti, nella completa incoscienza delle loro azioni.
Poi Black Mirror, Una serie tv di psicanalisi surreale, ma quanto mai vera. Antologica e ambientato nel futuro, ma ispirata all’attualità, specialmente nella gestione di nuove tecnologie. Incredibile nel rapporto fra tecnologia e comunicazione per gli uomini. Un cult.