The Bear: si chef questa è una gran serie

 

the bear

Sono un po’ stanco di essere ripetitivo, ma ultimamente sto recensendo solo serie tv che davvero si stanno giocando il podio per le produzioni migliori di questo 2022. Non me l’aspettavo e non ne ho merito, se non quello di scegliere sempre dei prodotti che vale la pena vedere comunque o a volte quelli di grande interesse. Sicuramente è stato il grande interesse per la cucina, vero è proprio genere forte dell’entertainment negli ultimi quasi dieci anni che mi ha fatto accostare a The Bear, serie di produzione FX e disponibile sulla piattaforma Disney+. Sono rimasto davvero stupito dai racconti che ruotano intorno alla cucina di un sforna-panini dove vengono a trovarsi insieme dei pezzi di famiglia di un suicida, fra cui il fratello, uno dei più promettenti cuisine-chef di tutti gli Stati Uniti.

Questo pezzo è stato scritto già oltre una settimana fa ed è uscito in stampa, purtroppo un po’ di cose mi hanno impedito di metterlo direttamente sul blog. Ne ho un po’ che sono in lista d’attesa. Ringrazio comunque le migliaia di amici che continuano a seguirmi.

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The Bear ha riportato Jeremy Allen White, una delle star di una serie molto amata, almeno dal sottoscritto, come Shameless. Si tratta di un dramedy creato da Christopher Storer (Ramy), che Bear parla di cibo, di famiglia, della follia della routine, della bellezza del senso di urgenza e dei ripidi e scivolosi inconvenienti. La storia si concentra su Carmen ‘Carmy’ Berzatto (White), un giovane chef proveniente dal mondo della ristorazione, il quale torna a casa a Chicago per gestire la paninoteca di famiglia, “The Original Beef of Chicagoland”, dopo uno straziante lutto del fratello. In un mondo lontano da quello a cui era abituato, aveva addirittura vinto un premio come miglior giovane chef americano, Carmy deve affrontare la dura realtà della gestione di una piccola impresa, il suo personale di cucina ostinato e riluttante, oltre ai suoi tesi rapporti familiari, il tutto affrontando le conseguenze del suicidio del fratello. Mentre lotta per trasformare sia “The Original Beef of Chicagoland” sia sé stesso, Carmy lavora al fianco di una squadra un po’ sopra le righe che alla fine si rivela essere la famiglia che ha scelto. Ritrovarsi a Chicago a gestire il The Original Beef of Chicagoland del fratello potrebbe sembrare una sfida alla portata. E invece è un incubo. L’attività è piena di debiti, la cucina offerta è lontana anni luce da quella a cui Carmy era abituato. La gente che ci lavora ha problemi, sogni, inquietudini. Soprattutto il cugino Richie (Ebon Boss-Bachrach, visto da poco in Andor), che era un grande amico del fratello di Carmy. Ma l’arrivo di Sydney (Ayo Edebiri) potrebbe cambiare le cose. Quella cucina è un posto strano. Davvero strano. Una sorta di prova estrema dove non ci sono mezze misure, dove l’obiettivo non è “o si vince o si muore” ma sopravvivere. Una sopravvivenza che si conquista solo se si ha coscienza di sé e del gruppo di cui si fa parte. C’è una narrazione da film di guerra, come tutta la realtà di una cucina professionale, visto che si autodefiniscono “brigate” e chi ha un minimo di confidenza con Masterchef lo sa. Qui le ispirazioni, dal punto vista visivo e narrativo all’immaginario urbano, hanno a che fare con Scorsese (da Mean Streets a Taxi Driver, passando per Fuori orario), Paul Schrader (Hardcore) o del poliziesco William Friedkin, quello di Vivere e morire a Los Angeles e Il braccio violento della legge.

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The Bear ha un ritmo jazz: si parte dall’improvvisazione, poi sospensione per aumentare l’attesa degli eventi sia nello spettatore ma ancor di più nei personaggi, per andare al caos assoluto, il tutto sostenuto da una regia e da una scelta musicale sempre funzionali, che sorreggono l’intera operazione senza mai emergere in una forma prepotente. La forma qui conta moltissimo, in questa narrazione dove non comprendiamo fino in fondo i motivi dei personaggi e delle loro azioni. La cucina è un ideale, un concetto puro che tutti i personaggi aspirano a fare proprio. La, però, cucina sembra essere anche il luogo migliore per raccontare le stratificazioni esistenziali dei personaggi che la popolano. Quello che conta infatti della cucina è il risultato finale e mai i passaggi intermedi che dovrebbero essere sempre gli stessi, perché la routine semplifica il lavoro – la routine aiuta molto anche nelle malattie di lungodegenza – ma poi sappiamo che la vita entra sempre nel lavoro.  Ecco perché The Bear è quasi prevalentemente ambientata dentro la cucina del ristorante, con i rari esterni di Chicago a dare un contesto. La cucina, intesa come set e come idea, è assoluta. È quel posto in cui tutto si distrugge, è portato al parossismo, per poi annullarsi di fronte all’affetto, all’amore, alla voglia di sopravvivere in una società spietata, che vive di estremi, che vibra di dolore ed empatia. Per ottenere questo grado di complessità senza rinunciare al coinvolgimento emotivo e all’intrattenimento, The Bear eccelle non solo da un punto di vista visivo, ma soprattutto in altri due elementi

 

Uno, come si diceva, è la scrittura, che ci restituisce una profondità di situazioni – fra tragedia, drammaticità e humor – e il retroterra narrativo dei personaggi senza mai esplicitarlo ma solo facendolo emergere con le interpretazioni, con i dettagli, con gli accenni. Siamo catapultati in un mondo frenetico e folle, non conosciamo nulla e nessuno, eppure in poco tempo comprendiamo quali siano i motivi che muovono i personaggi. Funziona, inoltre, la scelta di comporre la serie di soli otto episodi, quasi tutti brevi (mezz’ora) o brevissimi (venti minuti): un minutaggio lontano dalle mode più recenti (si veda Stranger Things), ma che premia il ritmo e la coerenza narrativa. The Bear sceglie di allontanarsi dalla serialità televisiva facile e con poco coraggio. Lo fa trasformandosi in uno schiaffo violento allo spettatore, che, come in un incontro di pugilato, si ritrova frastornato eppure magnetizzato da una storia che mette in scena la vita e tutto il suo incomprensibile fascino.

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The Bear: Cos’è il famoso Italian Beef Sandwich

Inesistente in Italia, il panino americano noto come Italian Beef Sandwich è un’istituzione in tutti gli Stati Uniti. Si ritiene che sia nato agli inizi del 900 quando i tanti immigrati italiani che lavoravano a Chicago alla Union Stock Yards (una grande area di macellazione di bovini, suini e ovini) a fine turno si portavano a casa i pezzi più duri di carne che la società non vendeva. Oggi l’Italian Beef, come si vede in The Bear, si prepara con il controfiletto di manzo cucinato insieme ad aglio, origano ed altre spezie. Il taglio di carne è arrostito a 177° affinché perda il 45% del suo peso, mantenendo però l’umidità necessaria per conservare un proprio sughetto. A questo punto la carne viene raffreddata, affettata e cotta nuovamente in quel sughetto per alcune ore. La consistenza sugosa finale è essenziale per impregnare il pane.