Sopravvivere con le serie tv: Anna e Sweet Tooth

annaAnna e Sweet Tooth. Un titolo italiano ed uno americano per parlare di un tema che è sempre stato vivo nell’immaginario: la sopravvivenza. Sopravvivere è un imperativo fisiologico con cui tutte le specie viventi combattono senza successo. Questo post, come l’articolo sul Quotidiano del Sud, come sempre diverso, è diviso in due parti. Tutti e due sono sul tema della sopravvivenza, sul vivere e sull’adattamento. Quest’ultima è una parola che fa paura, me ne sono accorto. Appena la pronunci sei accusato di essere fan di teorie evoluzioniste superate di Darwin e Lamark. Sapessero quanto i meccanismi del corpo umano – cervello in primis – si “adattano” per sopravvivere non agiterebbero la loro bandiera da scienziati del weekend con slip ascellari. Credo all’uomo la questione della sopravvivenza faccia talmente paura che abbiamo di affrontarla ed in un certo senso esorcizzarla attraverso l’immaginario. Naturalmente ci sono quelli che poi non  “credono” all’immaginario – già il fatto di non crederci rappresenta un immaginario. D’altronde c’è chi non crede neanche al cambiamento climatico. Comunque l’equinozio d’autunno segna il ritorno di questo blog, che si presenta anche leggermente rinnovato nel suo aspetto – carino, vero? – e riprende a regime normale nel settore delle serie tv.

AnnaSopravvivere, complotti e billagates

“L’estinzione è la regola. La sopravvivenza è l’eccezione.” Questa frase non è il motto di un gruppo no-vax o di fautori di un complottismo apocalittico, ma di Carl Sagan, scienziato, astrofisico e autore di fantascienza statunitense, sicuramente uno dei divulgatori più influenti ed importanti del ventesimo secolo. Nella sua semplicità c’è una verità lampante, accecante, eppure troppo spesso ignorata dall’umanità: non siamo eterni, né mai lo saremo. La pandemia ha riacceso le fantasie più ardite dei catastrofisti, e non solo fra le famosi pletore e legioni di social media media tradizionali , trasformandoli in novelli Gioacchino da Fiore, quello di “mille e non più mille”. Addirittura sono state rimodulate la profezie, biblica e maya, sulla data della fine del mondo. 2021 invece che 2001. “Scusate c’è stato un errore di battitura”. Forse all’epoca il correttore automatico non era avanzato come quelli di oggi, o forse siamo di fronte ad un vasto complotto che vede billgates – da leggere come è scritto – come suo grande ideatore.

Anna, la Rossa ed i Blu

Anna è la produzione di Sky che nasce dal libro di Niccolo Ammaniti. Faccio un mea culpa perché non ho dato l’attenzione che merita a questo titolo co-prodotto da Sky e da importanti attori internazionali, un titolo che per me segna un nuovo punto nella serialità italiana. Siamo in una distopia che Ammaniti scrisse nel 2015, le cui riprese – quindi con tutto il lavoro di sceneggiatura e preproduzione – iniziarono sei mesi prima della grande ondata pandemica del Covid 19. Questo va detto perché la storia racconta di un mondo dove gli adulti sono spazzati via da un morbo, una pandemia, appunto, che viene chiamata “La Rossa” per il manifestarsi di rush epidermici su tutto il corpo. In poco tempo gli ammalati muoiono. La Rossa però colpisce solo gli adulti. I bambini sono gli unici al sicuro, al sicuro però finche non diventano “adulti”, cioè con l’arrivo della pubertà. In seguito diventano “contaminabili”.
C’erano grandi aspettative per la nuova serie di Niccolò Ammaniti dopo aver apprezzato “Il miracolo” ed il libro “Io non ho paura”. L’attesa per uno dei più celebri componenti di quella che fu chiamata “gioventù cannibale” non ha deluso. Il nuovo Sky Original è un lavoro suggestivo nelle ambientazioni, potente nelle immagini, profondo nei temi che vanno al di là di quell’inevitabile collegamento alla nostra attualità che non può non saltare all’occhio. È un mondo suggestivo quello che tratteggia Niccolò Ammaniti insieme alla sua co-sceneggiatrice Francesca Manieri (e coadiuvato dal regista della seconda unità Andrea Jublin) tra ambientazioni di grande effetto, la splendida fotografia, la perfetta atmosfera della musica e delle canzoni, la cura nel definire le situazioni e nell’ampliare l’idea di base del romanzo. Sono soltanto sei episodi, ma bastano all’autore per dipingere un contesto vario, spietato, ricco di sfumature, coerente e credibile in modo inquietante.

Se la domanda da cui è partito Ammaniti, come ha confessato in conferenza stampa, è stata su come si sarebbero comportati i bambini una volta tolti di mezzo gli adulti, la risposta che ci fornisce è chiara e diretta, semplice eppure articolata. Agghiacciante, almeno in parte: perché da un lato troviamo gli eccessi fuori controllo dei Blu e della loro regina Angelica, l’antagonista e villain tratteggiata con spietata freddezza da Clara Tramontano, dall’altro ci sono la protagonista e il fratellino Astor, i nostri eroi, rispettivamente interpretati da Giulia Dragotto e Alessandro Pecorella.

L’orizzonte si allarga per Sopravvivere

Anna

È un ottimo esordio quello della giovane interprete, che incarna alla perfezione, con decisione, rabbia e purezza, l’idea di forza e coraggio cercata da Ammaniti, quella speranza che si muove con determinazione sullo sfondo di una Sicilia ferita ma suggestiva: la natura ha riconquistato gli spazi contaminando le trasformazioni fatte dalla “civiltà” umana. Ammaniti è abile a evocare il mondo che è stato giostrando con sicurezza e immagini di grande impatto visivo tra le rovine del presente e il ricordo della nostra civiltà attraverso i flashback dal passato dei suoi personaggi. Tra presente e passato per ragionare sul futuro. Un futuro che però non passa nel recupero della nostalgia, ma nell’accettazione del diverso.
Quello che è davvero innovativo è la forza visionaria, in senso fortemente estetico, che diventa narrativo – fa piacere che la lezione a qualcuno sia arrivata. Se Gomorra stabilisce un nuovo canone estetico del genere crime, Anna mostra come la serialità italiana stia crescendo. Quello che si comincia a percepire in maniera più organica nella produzione seriale italiana, finalmente, è un’estetica denotativa e connotativa. Sicuramente il consumo di serialità, che già era in forte crescita prima della pandemia, ha avuto un enorme balzo in avanti con il lockdown e non calerà con la “nuova normalità”. Ormai è un habit. Complice una crisi profonda della tv tradizionale, soprattutto da parte delle tv commerciali che continuano ad insistere su formar vecchi, stanchi e stancanti. Gli unici segnali di cambiamenti in quel settore vengono da produzioni a basso costo dove si investe in origininalità.
E’ un discorso che da qui portiamo avanti da sempre: la serialità televisiva non è di secondo piano nell’immaginario mediatico. Il fatto che ora nel nostro paese cominciamo a produrre prodotti cosi nuovi e diversi è un segnale di forza, visto come Anna sarà distribuito in Europa e fuori dall’Europa. Un segnale che mostra come sopravvivere e vivere dipendano molto dal conoscere le proprie radici per rimodularle, contaminarle con quelle “altre” senza avere paura delle identità – che sono sempre mobili e liquide come direbbe Bauman – che si vengono a creare. Per sopravvivere bisogna cambiare. La prossima volta parleremo di Sweet Tooth e della carne che si trasforma.

Sopravvivere nei ’70

Era il 1975 è la BBC produsse SURVIVORS – I Sopravvissuti, serie su un mondo post-apocalittica dove l’umanità era decimata non da un olocausto nucleare, ma da un virus. La serie fu ideata e prodotta da Terry Nation, il creatore dei Dalek, gli acerrimi alieni nemici di Doctor Who – stiamo parlando di fantascienza ad altissimi livelli, mica di muscolarità! Arrivò nel 1979 in Rai ed io ricordo che noi bambini ne eravamo meravigliosamente spaventati. Non aspettatevi effetti speciali stile Walking Dead ma una tensione narrativa forte alla Stephen King, la sci-fi di quell’epoca la sapeva dare molto bene, stile Spazio 1999. L’intera serie è stata pubblicata e distribuita in edicola in Italia in DVD a fascicoli settimanali dal 27 dicembre 2008, rispettandone l’ordine e la durata originali.