Scissione: Apple Tv ci presenta il cervello diviso fra privato e lavoro. Sul serio!

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“Non vedo l’ora di uscire dal lavoro così stacco!” Alzi la mano chi non ha mai pensato, usato o pronunciato una frase di questo tipo. O anche il contrario, nel senso di immergersi nel lavoro e non pensare a nient’altro perché ci sono scadenze ed incombenze. Beh Scissione, Severance in lingua in originale, ci mostra che siamo andati ben oltre. La serie prodotta e mandata in onda da Apple TV, girata da Ben Stiller, che nei nostri ricordi è sempre e non solo Zoolander, ci fa vedere davvero come si possa separare, “scindere”, il proprio cervello in due parti, proprio per avere due identità distinte, una per il lavoro ed una per la vita privata. Soprattutto ognuna ignara di ciò che fa l’altra.

 

C’eravamo lasciati parlando di Patchinko, la serie coreana che sicuramente aveva il posto fra le migliori del 2022, è Scissione sicuramente è nella top ten di quest’anno in corso. Sempre Apple tv che sta sempre di più diventando sinonimo di qualità. Scissione è creata da Dan Erickson e prodotta da Ben Stiller, che già aveva colpito nel mondo della serialità per Escape at Dannemora, molto ben accolta dalla critica e che gli era valsa anche un Emmy. Siamo di fronte ad un thriller psicologico con sconfinamenti nella fantascienza, un cross-genere che dimostra quanto l’ibridazione delle narrazioni riesca a rinnovare gli standard. Il protagonista Adam Scott, già visto in titoli di successo come Big Little Lies e Parks and Recreation, nei panni di Mark Scout, un impiegato della Lumon Industries, una sinistra compagnia di biotecnologie che utilizza una procedura medica per scindere i ricordi lavorativi di alcuni suoi dipendenti da quelli personali, al fine di portare il rapporto vita-lavoro a un nuovo livello. O almeno così sembrerebbe. Quando un misterioso collega compare fuori dalla Lumon Industries, Mark, appena promosso a capo del team di impiegati la cui memoria è stata scissa, inizia un viaggio alla scoperta della verità riguardo il loro lavoro, rivelando gradualmente una rete di cospirazione da entrambi i lati della divisione.

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Il resto del cast include la splendida, algida e camaleontica Patricia Arquette, protagonista di Medium, nei ruoli di Harmony Cobel e della Sig.ra Selvig, il capo e la vicina di casa di Mark; John Turturro, altro attore di serie A che non ha bisogno di presentazioni, nel ruolo di Irving Bailiff, un collega fissato con la politica aziendale; e Christopher Walken, un altro pezzo da novanta, nei panni di Burt Goodman, il responsabile della divisione Ottica e Design. Si aggiungono Zach Cherry (YOU), Britt Lower (Future Man), Dichen Lachman (Dollhouse) e Tramell Tillman (Godfather of Harlem). Già solamente per il cast questa serie meriterebbe di essere guardata. Da ben prima della pandemia quelli che erano i big del grande schermo sono sempre più coinvolto nei progetti di serialità televisiva, soprattutto dopo l’enorme diffusione delle piattaforme di streaming.

Facciamo una breve parentesi. È vero che esiste una piccola crisi di alcune piattaforme a livello di abbonati. Questo, però, non è dato dalla fuga di spettatori. Tutt’altro. L’ampliamento dell’offerto ha allargato la platea ed aumentato la concorrenza. Se guardiamo, invece, i dati di ascolti tv vediamo una tendenza diversa. L’ascolto è il dato che registra il numero

esatto di spettatori, mentre lo share e la percentuale di chi è sintonizzato su quel programma in uno slot di tempo preciso. Se fino a cinque anni per fare il 20% di share la media era quasi 4 milioni di spettatori nella fascia serale, oggi basta la metà. Un dato che mostra come ci sia stato una fuga dalla tv tradizionale, soprattutto di fronte a certi generi, il che sta portando a cambiamenti anche nelle strategie di promozione pubblicitaria, ma, soprattutto di costruzione dei prodotti narrativi. Nel bene e nel male. Fermiamoci qui perché l’argomento è davvero basta e meriterebbe approfondimenti vasti.
L’estetica di Scissione è fortemente in linea con il tono asettico che ha la narrazione. Non solo per il tono fortemente retrò anni ‘80 degli uffici, ma anche per l’ambientazione esterna, ci troviamo in un paesaggio di sobborghi innevati e colpiscono questi parcheggi enormi dove di fronte ad un enorme sede aziendale c’è al massimo un’auto. C’è un’atmosfera da distopia che ti lascia sempre un po’ spiazzato non solo quando si è dentro la Lumon Industries, ma anche fuori. E aleggia sempre una domanda mentre si vedono operare gli impiegati: qual è il loro lavoro?  Una domanda che lo spettatore si fa anche quando vede i personaggi nella loro doppiezza: chi sono davvero? Come si collegano fra loro? Complice anche una regia cristallina, la serie antepone visivamente il mondo dell’ufficio – asettico, fatto di corridoi labirintici, con ambienti ortogonali privi di vita e in cui si alternano colori lividi al bianco e luci chiarissime diffuse – a quello esterno, molto scuro e quasi sempre immerso nelle tenebre (la maggior parte delle scene sono ambientate di sera/notte). Completa il quadro la scelta di musiche ricorrenti di estrema elementarità melodica e una sigla dallo straniante impatto visivo. Può sembrare una narrazione a volte lenta, però arriva sempre qualcosa che ti riporta allo schermo. È un gioco in cui resti coinvolto. Non è una serie che piacerà a tutti, ma sicuramente un prodotto interessante ed innovativo. Da vedere.