Quando la RAI non aveva paura di “fare paura”

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C’è stato un tempo che la serialità italiana non era solo degnissimi preti, commissari e quant’altro. Un tempo in cui la narrazione percorreva tutti i generi della letteratura senza preoccuparsi di amletici dubbi morale. Due sono i cult che vogliamo ricordare in questo mercoledì, due “sceneggiati” che hanno fermato l’Italia negli anni sessanta ed anche nelle successive riproposizioni: “Il Segno del Comando” e “Belfagor, il fantasma del Louvre”.

Il segno del comando rappresenta l’apice della produzione italiana degli sceneggiati del mistero, e fissa alcune linee per il genere. Ci sono i temi della reincarnazione ciclica, le sedute medianiche, i fantasmi e le profezie, c’è un epilogo destinato a sciogliere gran parte dei dubbi, ci sono le interpretazioni di volti noti delle scene italiane come Ugo Pagliai che all’epoca faceva palpitare il cuore di molte donne, e Carla Gravina, attrice con una bellezza austera ed aristocratica. Questi elementi diverranno stereotipi più volte riproposti in produzioni successive, come “Il fauno di marmo”, “Ho incontrato un’ombra”, “L’amaro caso della baronessa di Carini”. “Il segno del comando” nasce dalla penna dello scrittore Giuseppe D’Agata, la sceneggiatura che ne venne fuori è solida e ben sostiene una vicenda dai ritmi narrativi flemmatici rispetto a quanto siamo abituati oggi. La lentezza è conseguenza diretta dei mezzi a disposizione degli autori degli sceneggiati del periodo. Dovevano effettuare le riprese in semplici teatri, con spazi scenici ristretti e movimenti di macchina piuttosto statici. Anche Daniele D’Anza si trovò a dover fare i conti con i limiti del mezzo espressivo, ancora impossibilitato a riprodurre la varietà di inquadrature e il montaggio elaborato tipico del cinema. Consapevole di non poter rivaleggiare con quanto offriva da decenni il grande schermo, il regista richiamò l’attenzione dello spettatore giocando su altri due elementi, l’atmosfera cupa indotta dai lunghi piani sequenza, e il fascino della Roma più insolita.

Ugo Pagliai interpreta Edward Lancelot Forster, il protagonista, un professore di letteratura inglese all’Università di Cambridge che studia la vita e le opere del poeta romantico inglese George Byron. Sta lavorando su un diario inedito e alcune lettere che Byron aveva scritto nel 1817, quando si trovava a Roma e che aveva parlato di una locanda di Trastevere che appare solo di notte. C’è anche un misterioso medaglione che raffigura una civetta. Byron è un poeta romantico innamorato di Roma e che realmente era dedito all’occultismo. Se non bastasse ci sono anche le note della celeberrima “Cento campane” a risvegliare negli spettatori la memoria del più amato sceneggiato nero mai prodotto in Italia. Il segno del comando ovviamente, feuilleton di sempiterno culto in punta tra il gotico, il giallo e il fantastico interpretato da un grande cast di cui fanno parte oltre  Ugo Pagliai e Carla Gravina, anche due grandissimi attori come Rossella Falk e Massimo Girotti. “Il Segno del comando” è stato un grande successo televisivo con una media di più di 14 milioni di spettatori, in un’epoca in cui oltre ai due canali Rai non esistevano reti provate, nonostante fossero visibili dei canali svizzeri in lingua italiana. Quest’opera arriva cinque anni dopo da un altro grande successo della Rai che inchiodò gli spettatori alla tv: Belfagor – Il Fantasma del Louvre. Si tratta di una serie televisiva francese di Claude Barma in 4 puntate trasmessa in Italia dalla RAI in 6 puntate, dal 15 giugno al 21 luglio 1966, prima sul Secondo Canale, poi – gli ultimi due episodi – sul Programma Nazionale: la RAI infatti cambiò «eccezionalmente» non solo il canale di trasmissione ma anche il giorno di programmazione (dal mercoledì delle prime quattro puntate al giovedì per quelle finali). L’audience della prima messa in onda nel 1965 in Francia è risultata eccezionale: 10 milioni di telespettatori su 48 milioni di abitanti, il 40% dei quali possedevano un televisore. Il film era liberamente ispirato a un romanzo scritto nel 1927 da Arthur Bernède, apparso in 59 puntate giornaliere su Le Petit Parisien, dal 28 gennaio al 28 marzo 1927. Bernède era un popolare scrittore di pièce teatrali e romanzi che intuisce in pieno le potenzialità del cinema. Il misterioso fantasma, protagonista assoluto del film, si aggira di notte nelle sale del Louvre con un lungo mantello e un copricapo nero e una maschera sul volto, guidato da un bambino che gli fa strada richiamandolo con un particolare fischio. Suo scopo sembra essere la ricerca di un antico metallo che dovrebbe trovarsi all’interno della statua di Belfagor, la divinità caldea dell’inganno. Tra gli interpreti figura un’icona del film esistenzialista francese come come Juliette Gréco nel ruolo di Luciana Borel e della sua gemella Stefania quindi René Dary è il commissario Menardier, Franqois Chaumette l’aristocratico russo Boris Williams, Madame Sylvie nella parte di Lady Hodwyn e la giovane coppia formata da Christine Delaroche e Yves Renier, nei panni di Colette, figlia dei commissario, e Andrea Bellegarde, il giornalista-detective. Da menzionare anche il mimo Isaac Alvarez che interpretava Belfagor. Due esempi di serialità di genere che sono stati fortemente amati dai telespettatori italiani e ben realizzati. Già all’epoca si dimostrava come il pubblico italiano avesse dimestichezza con il sistema dei generi, contrariamente a quanto dicono alcuni. Oggi questi titoli sono disponibili o in streaming sulla piattaforma RaiPlay o in Dvd.

 

 

Il genere mistery e del fantastico ha esercitato sempre una fortissima attrattiva sul pubblico in generale e anche sul pubblico italiano, sia nella letteratura sia nel cinema e nella tv. Abbiamo citato dei titoli molti importanti come “Il fauno di marmo”, “Ho incontrato un’ombra”, “La dama velata” e “L’amaro caso della baronessa di Carini”. Proprio questo titolo fu un altro grandissimo successo della Rai. Lo sceneggiato si ispira ad una ballata popolare siciliana che narra di un delitto avvenuto nel ‘500 a Carini: il 4 dicembre 1563 la baronessa di Carini, Donna Laura Lanza, moglie di Don Vincenzo La Grua – Talamanca, venne uccisa per motivi di onore dal padre, Don Cesare Lanza. Questo delitto potrebbe ripetersi nella Sicilia dell’800 ad opera di un fantasma. C’è una corsa contro il tempo per salvare la protagonista interpretata dalla bionda Janet Agren. L’accoglienza fu enorme ed il titolo fu venduto anche alle televisioni estere.