Pachinko: il gioco del destino fra Corea e romanzo europeo

pachinko

Si chiama feuilleton, definito in italiano “romanzo d’appendice” perché veniva pubblicato in “appendice” ai giornali, verso la fine dell’800. Alla fine, divenne un modo per definire un po’ tutta quella letteratura dalla trama complessa e composta di intrecci amorosi, familiari con eroine ed eroi colpiti dalla malasorte, che alla fine trionfano. Adesso sugli schermi è arrivato un nuovo esempio, PACHINKO, tratto dall’omonimo romanzo di Min Jin Lee, scrittrice nata negli Stati Uniti ma di origini coreane. Il libro, nella edizione italiana infatti, è tradotto proprio Pachinko, La sposa coreana, nel 2019 il New York Times lo incoronò come uno dei migliori dell’anno. La sta mandando in onda Apple tv ed è forse uno dei migliori titoli degli ultimi anni.
Dico forse perché sicuramente è fra le prime di questo 2022, ma non solo.

 

Apple Tv, un nuovo grande player nello streaming

 

Chiariamo subito alcune cose. Il feuilleton non è un termine che vuole sminuire il valore di un romanzo, come alcuni lo intendono – purtroppo c’è ancora qualcuno che definisce la letteratura di genere come “inferiore” o come “non letteratura (dispiace per loro). Sono considerati feuilleton, ad esempio, le opere delle sorelle Bronte e quelle di Jane Austen, tornate ad essere amatissima per Sandinton, serie tv che consiglio agli amanti del period drama, tratta dall’omonimo romanzo incompiuto della grande scrittrice inglese. Altra cosa importante è come Apple, la creatura dello scomparso Steve Jobs, si sia gettato nello streaming e sia diventato un cliente agguerritissimo per tutti i concorrenti come Netflix, Amazon, Disney, ecc. Il motivo? La qualità. Dopo Ted Lasso, una comedy che ha collezionato premi ovunque, Apple Tv si è lanciata in progetti ambiziosi, come l’adattamento di un monumento della fantascienza come Fondazione di Isaac Asimov, una bellissima spy story dal titolo Slow Horses di stampo inglese con due star come Gary Oldman e Kristin Scott Thomas, Scissione con John Turturro, serie davvero intrigante ed ora Pachinko. Obiettivo? Chiaramente quello offrire un panorama di contenuti il più variegato possibile ai propri abbonati, che per primi erano i possessori dei device della mela; infatti, per un periodo l’abbonamento veniva offerto gratuitamente per il primo anno, per poi allargarsi ad una platea più ampia possibile.

Giappone e Corea, Presente e Passato

Creata da Soo Hugh, diretta da Kogonada e Justin Chon, Pachinko prende il nome dal noto gioco d’azzardo giapponese, un po’ l’equivalente della slot machine, e racconta una storia lunga un secolo. La

protagonista è Sunja, una ragazza che nei primi decenni del Novecento si trova a vivere in una Corea facente parte dell’Impero Giapponese (sarà così fino al 1945), e che a fine anni Ottanta ritroviamo come madre di un uomo proprietario di una sala di Pachinko e come nonna del figlio di lui, il giovane Solomon, che torna in Giappone (dove la famiglia si era trasferita tempo addietro) dopo un periodo trascorso negli Stati Uniti a diventare un rampante uomo d’affari, impiegato in una banca di investimenti immobiliari. Sunja non è una vera protagonista quanto una leva degli eventi in un racconto che è fortemente corale.
Si parte dalla sua giovinezza, interpretata nella sua versione anziana da Youn Yuh-jung, premio oscar per Minari, che perde il padre in tenera età e deve poi guadagnarsi da vivere lavorando duramente e senza istruzione in compagnia della madre; e poi le beghe di Solomon, che è guidato da una forte ambizione che rischia di fargli perdere la bussola morale e familiare che l’ha guidato fino a quel momento. In tutto questo c’è il rapporto fra Corea e Giappone e la forte diaspora migratoria che c’è stata da parte dei coreani verso la nazione nipponica, dove venivano considerati – cosa che viene mostrato come attuale – al pari di bestie e uomini di serie inferiori, insomma “antropologicamente differenti”, storia che dovrebbe ricordare qualcosa anche a noi italiani che abbiamo vissuto una fortissima diaspora migratoria all’interno del nostro paese e all’estero.

Vincere vuol dire arrendersi al destino

pachinko

Il tempo di Pachinko è fortemente legato alla narrazione e alla scrittura soggiacente. Sembra lento, come se non succedesse nulla, poi ci si accorge che non è così. Ogni sguardo, ogni parola, ogni gesto pesa ed arriva poi a svolte di trama improvvise, tipico della narrazione orientale e di una bella regia   che sa muoversi fra i piani temporali e linguistici. L’elemento linguistico, infatti, è centrale: in Pachinko si parlano tre lingue diverse. Il coreano che è la lingua originaria, la lingua da proteggere e da non dimenticare, la lingua che proprio per il suo valore nostalgico può anche diventare cinico strumento di manipolazione. Poi c’è il giapponese, la lingua acquisita, la lingua dell’invasore, la lingua imposta come forma di oppressione. E poi c’è l’inglese, che invece è la lingua di un’invasione economica e del conformismo che mira all’omologazione e alla cancellazione delle identità personali, cosa che si sente in continua tensione fra il passato, il presente e il futuro (emblematica, in questa direzione, la storia dell’anziana signora che non vuole lasciare la sua casa, nemmeno di fronte a offerte economiche enormi). Pachinko è una metafora della vita espressa proprio da queste “macchinette” verticali, dove si inserisce una pallina e si cerca di farla arrivare nella buca centrale. Il contrario del nostro flipper dove la pallina deve essere respinta. Nel Pachinko bisogna “arrendersi” al destino in modo che si compia, metafora tipica delle discipline orientali e sul modo di accogliere con forza la vita e affrontarla e non di respingerla. Una serie da non perdere.

 

Non solo Pachinko

corea

Pachinko non è il primo titolo coreano che arriva al successo. Squid Game, sempre Made in Korea, è stato il titolo rivelazione del 2021 su Netflix, tanto da scatenare anche un grande business di merchandising. Qui avevamo anche parlato e recensito un altro gioiellino dal titolo Stranger che consiglio ancora oggi, era il 2017 e per la maggior parte della gente Korea voleva dire solo Samsung, ma chi segue questo PERCORSI SERIALI ed in generale questo blog, sa che mi piace molto esplorare ed andare in avanscoperta.  Del 2019 invece è Kingdom, ambientato nel periodo medievale Joeson della Corea. Un principe compie un viaggio per cercare di salvare il padre da una malattia e deve combattere la piaga degli zombie che infestano il suo regno. Naturalmente tutto è narrato in maniera diversa dall’horror occidentale. Mr. Sunshine è un drama coreano del 2018. Per quanto riguarda la storia troviamo il protagonista Eugene Choi che fugge dal suo paese dove viveva in schiavitù, per la volta degli Stati Uniti. È qui che diventa un ufficiale del corpo dei marines e tornato in patria incontrerà e si innamorerà di una giovane aristocratica, ma il loro amore sarà contrastato.