Il Knick di Soderbergh a Roma

 

Steven Soderbergh c’ha preso gusto. Dopo aver diretto Micheal Douglas nel ruolo del pianista glam omosessuale Liberace in Behind the Candelabra è tornato in tv, sia per la regia che per la produzione esecutiva di The Knick, che vede protagonista Clive Owen.
Siamo nel 1900 un uomo si sta risvegliando in una fumeria d’oppio, anche bordello, cinese nella Chinatown di New York. Una ragazza lo avverte che la carrozza è arrivata. Durante il tragitto ha il tempo di farsi un’iniezione di cocaina in una vena ancora sana fra le dita dei piedi. Poi William Thackery entra al  Knickerbocker Hospital e opera. Se questo non vi ha incuriosito non so cosa altro possa farlo!
Siamo di fronte ad un ottimo pilota, che ha ancora il senso di questo termine, quando bisogna catturare il pubblico e portarselo avanti almeno per qualche puntata. La prima stagione, il rinnovo per la seconda è già avvenuto, è composto di dieci episodi, sono al quinto e non c’è pericolo che possa mollare. Soderbergh è un regista con cui ho un rapporto strano, alcune cose le amo e altre le detesto. Qui lo amo. E’ anche produttore esecutivo della serie, come anche Clive Owen insieme ad altri, ma va ricordato che l’executive producer in USA ha anche il compito di sovraintedere anche al lavoro creativo e non solo di occuparsi degli aspetti finanziari. La regia di The Knick è ricca, funzionale, lessicale, anche se in rare occasioni un po’ di maniera, improvvisa e inaspettata in certe occasioni. La musica è un misto fra un’elettronica anni 70 con incursioni funky e dona un effetto detour allo scenario della New York d’inizio secolo.

Il cast è all’altezza, soprattutto Owen e Andre Holland, che interpreta Algernoon Edwards. Un chirurgo nero, che arriva subito al Knick per prendere il posto di capo degli assistenti, ma Thack non lo vuole, “la merce che nessuno vuole non la esponi in vetrina” dirà. Una vicenda razzista che è molto influenzata dalla natura finanziaria e privata della sanità americana, ancora oggi è così. Certo il dottor Edwars non si dà per vinto, resta al suo posto e nel suo ufficio nello scantinato riesce anche ad aprire una clinica, semiclandestina, per i pazienti stranieri. E’ il figlio dei domestici dei proprietari dell’ospedale, ha studiato in Europa coi grandi medici dell’epoca, pubblicato ricerche e articoli. Ma è nero. Un chirurgo nero e un chirurgo tossico. Una coppia che sembra sia ispirata a due personaggi storici realmente esistiti in quell’ospedale newyorchese, Daniel Hale WilliamWilliam Stewart Halsted. C’è un atteggiamento da pionieri, da maker, visto che si trovano a dover fabbricare e migliorare i loro strumenti di lavoro. Vi faccio vedere un piccolo promo sulla serie e sul ruolo della chirurgia al suo interno.

Potrete vederla questo inverno su Sky, frutto dell’accordo con HBO, ma anche prima, al festival di Roma, visto che Marco Muller dedicherà due giorni all’anteprima di questa serie, con un incontro con Clive Owen il 18 ottobre, e con la visione in contemporanea con gli USA del decimo e ultimo episodio.

Si tratta di un medical o di un period drama? Con period s’intendono le opere ambientate nel passato. Stavolta credo sia un buon connubio. Ci sono stati già degli esempi, come l’ottimo Masters of Sex, dove il genere period era più forte, lo stesso, se non di più, in Call the midwife (L’amore e la vita). Il medical sta cambiando. Dopo E.R. che è stato lo standard del medical per molto a lungo, siamo arrivati alla variante delle storie personale molto più forti, prima House M.D., col dominio dell’ego, poi con Grey’s Anatomy, dove c’è più senso della coralità, anche se oramai è in una lunga fase discendente – mio modesto parere. Adesso il medical deve spostarsi, perché il cambiamento è nel DNA della narrazione, altrimenti gli spettatori cominciano a vedere i DVD. Nip/Tuck era stato un tentativo di cambiamento, ma in parte era troppo di nicchia e non era così medical nelle sue storie. Se io invece torno indietro nel tempo cosa ottengono? Più ostacoli – il sale della narrazione – dovuti a meno tecnologia, più pregiudizi, più lotte e molto altro. Inoltre racconto sia la storia che le storie, con un occhio diverso, mescolo la contemporaneità al passato.Siamo alla nascita di un nuovo genere? Forse di una sua variazione, certo però che funziona molto bene.

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