Golden Globe 2022: basta bilanci, cominciano i premi. Quelli veri.

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Fine d’anno vuol dire tempo di bilanci. O di rilanci. Arrivano le candidature dei Golden Globes 2022 che verranno consegnati il 9 gennaio, le 3 del mattino del 10 in Italia. Tradizione vuole che dopo gli Academy Awards – gli Oscar per capirci – e gli Emmy, dedicati solamente al mondo della tv ci siano loro. Si tratta, però, di una valutazione fortemente vecchia, anche perché le due Academy, quella del cinema e quella della tv, ormai guardano ai Globes ,che vengono assegnati dall’associazione di stampa di categoria. Premi, inoltre, che non hanno la divisione fra cinema e tv, divisione che nel terzo millennio, con l’importanza che non solo la tv, ma le piattaforme di streaming hanno assunto, appare sempre pretestuosa. Anche perché le major ormai producono “contenuti” per tutti gli schermi e display dei nostri personal media. La visione collettiva del cinema si sta trasformando. La pandemia con le sue regole di distanziamento non ha iniziato questo fenomeno, come qualcuno si ostina a dire, ma lo ha solamente accelerato. D’altronde anche lo smart working era una tendenza decennale ma alcuni si sono illusi che sia sorto da un giorno all’altro, rimpiangendo i bei tempi andati di quando andavano al lavoro e vedevano i colleghi. Peccato che la maggior parte di loro fosse ben rappresentata da Micheal Douglas in Un giorno di ordinaria follia, pronti ad imbracciare un fucile a ripetizione per far strage di colleghi.

Una regina di nome Kate ai Golden Globe

Torniamo ai Globe. Cè una regina. Non è Nicole Kidman, per quanto io sia (stato) un suo ammiratore. Cuore e cervello battono (ancora) per Kate Winslet. La Rose del Titanic, e non è da tutti essere sopravvissuti al naufragio più importante della storia, insieme alla famosa Zattera della Medusa dipinto dal francese Gericault. Kate Winslet porta a casa la dodicesima nomination diventando la performer che ne ha ricevute di più. Se questa candidatura diventasse un premio, il quinto, sarebbe un altro record. La Winslet è un’attrice incredibile per tanti motivi, come la sua duttilità nell’interpretare i personaggi e la capacità, anche in ruoli da co-protagonista, ad essere un gradino sopra le altre. È un’attrice piena di coraggio anche per i film che sceglie, sin dal 1994 quando molto giovane interpretò quel gioiello che è Creature del Cielo, diretto dal Peter Jackson che poi avrebbe girato la trilogia dell’anello di Tolkien. Oppure quando è stata la Clementine di Se mi lascio ti cancello diretto da Michel Gondry e scritto da Charlie Kaufman, film che ha completamente sdoganato Jim Carrey dal ruolo di “faccia di gomma acchiappanimali”.  Consiglio anche un film, passato troppo sotto silenzio, come Ammonite, una storia d’amore fra due donne nel Dorset di fine ‘800 con forti atmosfere alla Jane Austen. La Winslet è candidata per l’interpretazione di Omicidio a Easttown, miniserie di successo grazie ad un ottimo impianto di sceneggiatura e regia. Non sarà facile vincere. Nella cinquina, infatti, si trova due candidate importanti. Una è Elizabeth Olsen che davvero ha sorpreso tutti in Wandavision, prima serie tv del nuovo ciclo del Marvel Cinematic Universe, che ha segnato anche un punto di discontinuità nello stile di narrazione Marvel. Lei insieme a Paul Bettany hanno interpretato un viaggio nei generi storici della tv e nella storia degli USA per inscenare i problemi, come supereroi, della vita di una qualsiasi coppia sposata. L’altra concorrente, che a mio avviso ha i pronostici a favore, è Margareth Qualley per Maid. Lo meriterebbe perché sia la miniserie che la sono stratosferiche. Qui si potrebbe optare per una decisione “salomonica”, visto che Maid ed Omicidio ad Easttown sono entrambi candidati come miglior miniserie. Certo la cinquina ha anche Jessica Chastain per Scene da un Matrimonio e Cynthia Erivo per il biopic su Aretha, bravissime entrambe ma non credo che possano entrare nella lotta. Wandavision non è candidata come miniserie ma Paul Bettany, il Visione delle Marvel, è in lizza come migliore interpretazione. Se la vede con Oscar Isaac di Scene da un matrimonio, un buon adattamento HBO del famoso film di Ingmar Bergman – eh si anche la tv americana prende coraggio e va ad esplorare la cinematografia d’essai. Qui ci sono nomi importanti del cinema come Ewan McGregor e Micheal Keaton, però c’è un outsider che potrebbe essere davvero la grande sorpresa: Tahar Rahim per The Serpent. The Serpent è una serie non facile da vedere, ma come tutte le cose non facili, poi diventa non facile staccarsene. Certamente un’attrice brava e bella come Jenna Coleman – dio benedica sempre Doctor Who per averla resa famosa – è un motivo sufficiente, ma questo attore francese di origine algerine ha delle grandissime capacità. La scena internazionale si è accorta di lui per Il Profeta nel 2009, ma quest’anno c’è anche la prova in The Mauritanian, il bel film con Jodie Foster e diretto da Kevin MacDonald su un uomo rinchiuso da 14 anni a Guantanamo.  Può essere il suo anno. Sicuramente è l’anno di Squid Game. E non può essere altrimenti per il titolo made in Korea di Netflix, altro punto importante che mostra come l’Asia sia forza nella produzione e nell’immaginario di questo inizio di millennio. E non saranno i commenti su “quanto sono cattivi i cinesi” a portare equilibrio in tendenze che vengono da lontano. Squid Game ha 3 nomination: miglior serie tv drama, miglior attore protagonista e non protagonista. Qualche anno fa non sarei stato sicuro che un titolo coreano potesse avere delle chance, anche perché uno dei candidati è Pose, titolo che non mi convince, ma che è di Ryan Murphy, l’uomo che ha creato un fenomeno come Glee e che ha fatto cose buone come American Horror Story. Però dopo l’Oscar a Nomadland le cose sono cambiate. E parecchio.

 

Sorrentino, Zerocalcare, Maneskin: Gli italiani sono invidiosi di loro stessi?

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È stata la mano di dio, disponibile da meta dicembre su Netflix, ha iniziato la sua corsa per gli Oscar ed è candidato come Miglior Film Straniero ai Golden Globes. Non sarà facile, nella cinquina c’è anche Pedro Almodovar con Madres Paralelas. Comunque, non è tanto del film di Sorrentino che voglio parlare – lo faremo in altre occasioni – ma del fatto che nel nostro paese se qualcuno ha successo si scatena la gara all’insulto. Tutti uniti per la nazionale di qualsiasi sport a coprirci con la bandiera e a cantare l’inno e poi, invece, quando un’artista, in qualunque campo, basta che non sia lo sport, ha successo, parte una valanga di insulti che neanche i peggiori umarelles di fronte ai cantieri della TAV. C’è un motivo psicologico? Invidia sociale? Non è che si può continuare a dare la colpa ai social o agli immigrati!