3%: una distopia caraibica

inqui%image_alt%Nella foto sopra a sinistra c’è Ezequiel (Joao Miguel), mentre a destra c’è Michele (Bianca Comparato). Sono due dei protagonisti di 3%, una serie, un thriller di fantascienza che Netflix ha rilasciato dalla fine di Novembre. Basta? C’è di più.
3% è una distopia.
Chi ha familiarità con questo termine sa che parliamo di qualcosa che ricorda i romanzi di Philip Dick, primo fra tutti The man in the high castle, tradotto in maniera fantasiosa fino a qualche anno La svastica sul sole. Ma cos’ha di tanto particolare questa serie brasiliana di 8 puntate? E’ una vera sorpresa. In bene.

Dal trailer si capisce che siamo in un mondo alternativo, dove le cose vanno male, anzi peggio, poverta dilagante, malformazioni, criminalità, ovunque, inquinamento in quello che intuiamo, senza certezze, essere il brasile, o comunque il mondo latino-americano. Lo si percepisce dai colori e da una certa aria di repressione per le strade. Comunque vediamo che una soluzione per una vita migliore c’è: il Processo. No, niente aule di tribunale. Il processo è un percorso a cui molti si iscrivono per poter partecipare a una gara, per essere nel 3% di quelli che entreranno nell’OFFSHORE, una terra tanto decantata, santificata, in senso laico, dove tutti sono felici e stanno bene. Bisogna però superare delle prove, da semplici colloqui, quelli iniziali a quelle di interazione, intelligenza e organizzazione sociale. Chi va avanti lo merita. Questo è lo spirito.
Naturalmente se ogni volta ci sono almeno mille persone, il 3% sono solo 30 ed è normale che qualcuno si suicidi dopo un’esclusione, perchè le prove sono estenuanti in ogni senso e non ci sono sconti né aiuti. Siamo in una sorta di post fordismo elevato all’ennesimo potenza: le risorse sono poche e quindi dobbiamo selezionare i migliori per poterle dividere. Ma migliori in cosa? Perché alla fine è una gara di sopravvivenza, non stile reality show, una gara di sopraffazione, dove mors tua vita mea diventa un imperativo categorico, in palio c’è una vita migliore. Il processo ha anche i suoi nemici, una fazione terrorista chiamata La Causa. Non posso spingermi oltre visto che si rischia lo spoiler con molto poco e sarebbe rovinare un buon prodotto coi suoi colpi di scena.
Il film è un remake di un tv movie del 2011 scritto da Pedro Aguilera, che lo ha rinnovato, riuscendo in alcune parti ad essere molto ispirato, tra l’altro non sembra siano serviti grandi capitali per realizzarlo. La cosa fa piacere, perchè significa, per l’ennesima volta, che si possono realizzare storie importanti anche al di fuori degli Stati Uniti. Si vocifera di un seguito, però siamo veramente solo speculazioni che ancora non hanno costrutto.

 

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