Che lingue parlano le serie tv?

In una settimana abbiamo archiviato Sanremo e la Festa della Donna, finalmente anche da noi chiamato con la giusta denominazione di Giornata Internazionale della Donna visto che tradizionalmente ricorda il tragico incendio alla fabbrica statunitense Triangle nel 1911 dove morirono oltre cento operaie. Una data che fu decisa dall’Internazionale socialista. Da ultime ricerche storiche sembra che in realtà la scelta della data 8 marzo ha però un’origine diversa, cioè all’8 marzo 1917 quando a San Pietroburgo ci fu una grande  manifestazione anti-zarista contro l’impegno bellico russo, evento che diede inizio alla Rivoluzione Russa e che fu guidato dalle donne del movimento operaio della capitale. Direi che sono comunque origini molto diverse dal tradizionale Pizza&Mimosa&Strip a cui la tradizione accidentale ci ha tramandato nella vulgata comune. E’ una questione di lingue e di linguaggi. E che lingue parlano oggi le serie tv?

Un Atlante delle serie tv

Mica è sempre facile trovo le parole per parlare e raccontare. Soprattutto quando non c’è più una sola lingua in cui parliamo e raccontiamo. Figuriamoci poi nella settimana dove non si parla più ma si canta solamente: la settimana di Sanremo. Sanremo è Sanremo, lo sappiamo anche con le poltrone vuote non ci sottraiamo ad uno dei pochi appuntamenti nazionali rimasti, molto più del campionato di calcio. Per guardare Sanremo ci vuole il senso del pop. Non ti deve piacere per forza e non lo devi guardare per forza. Anzi. Una delle regole più importanti su Sanremo è che è lì per essere criticato. Un mantra in cui credo perché coniato da una persona molto intelligente. Quello con cui divido da un po’ di tempo questa pagina del Quotidiano del Sud, l’autrice di COUS COUS: mia moglie. Potrei mai dire che non sa scegliere? Il pop non è né bello né brutto, ma è importante. Nel pop capisci quali sono i semi che si agitano nel mondo. Se vivi in un mondo sempre più retrò che ogni istante dice che “si stava meglio quando si stava peggio” e glorifica il passato come fosse il paese dei balocchi non poi prendertela con la tv – anche se è lì anche per questo. La tv oggi racconta in molte lingue. Una volta le serie parlavano una solo l’inglese. Li chiamavano “telefilm”. C’è sempre stato nel vecchio mondo un senso di inferiorità nella televisione. C’era il mito della sala e del grande schermo. Anche quando la gente si radunava al bar per guardarla c’era questa voglia di visione collettiva. Un desiderio che è rimasto poi con l’appuntamento a casa di amici e successivamente ancora con i social. Cosa sono gli hashtag se non la possibilità di poter leggere i commenti e le critiche di tutti in diretta mentre c’è uno spettacolo televisivo? E poi sono fortemente in linea con le misure anti-contagio!

Anche dalla Svizzera e dall’Ucraina arrivano nuovi titoli

Un giorno i produttori di cinema si sono detti che anche loro potevano fare prodotti per la tv. L’Italia ha cercato una sua via, a volte riuscendoci, a volte meno. La cosa che in pochi credevano è che altri paesi del mondo si avvicinassero al mondo della produzione. Io non avrei mai creduto di vedere una serie tv che venisse da un paese famoso per orologi, cioccolato e formaggio coi buchi. Proprio la Svizzera! Fra i tanti siti di streaming ho incrociato Wilder, serie tv molto recente, che vanta all’attivo ben tre stagioni. Una poliziotto che vive in mezzo alle montagne si trova ad avere a che fare con ecoterroristi, razzisti, trafficanti, serial killer e molto altro. Aiutata da un personaggio duro come l’acciaio, con tanto di stivaletti di cuoio, che calpestano la neve, che vive in un caravan, ex dei gruppi speciali, dichiaratamente omosessuale, Wilder ci mostra una Svizzera che non è il ritratto del paese meraviglioso che qualcuno immagino. Una dei grandi meriti delle serie tv è quello di mostrarci realtà che non immaginiamo. Pensate a tutte le serie che arrivano dalla Scandinavia, inclusa anche tutta la produzione letteraria, da Jo Nesbo a Camilla Lackberg passando per la meravigliosa Millennium Trilogy di Stieg Larsson. Davvero c’è ancora qualcuno convinto che esista un paradiso sociale sul pianeta che viviamo?

E la Polonia cresce con titoli di successo

Altra lingua della serialità è quella polacca. Molti immaginano che dalla Polonia sia venuto solo lo scomparso pontefice Giovanni Paolo II. Non è così. Oltre ad aver un grande regista come Andrzej Wajda, che vinse la palma d’oro al festival di Cannes nel 1981 con L’Uomo di Ferro, ha una produzione di serie tv cospicua ed anche seguita su Netflix. Ultaviolet racconta di Aleksandra dopo aver vissuto a Londra torna a  Łódź, sua città natale dove vive con sua madre Anna e lavora come taxista. Una notte, dopo una gara, vede una donna cadere da un ponte su un’auto. L’autista scappa, ed Aleksandra è sicura di aver visto un’altra persona sul ponte. Di fronte all’inerzia della polizia, che dice che si tratta di un suicidio, cerca su Internet per indagare. Scopre un sito chiamato Ultraviolet, una rete di persone che si aiutano a vicenda per risolvere i casi trascurati dalla polizia. La Polonia però ha avuto anche un altro grande successo internazionale: The Witcher, basato sulla serie di libri di genere fantasy creata da  Andrzej Sapkowski. In un mondo abitato da esseri umani, elfi, nani e altre specie magiche, l’equilibrio è sempre instabile. Le razze civilizzate devono infatti convivere con i mostri che li minacciano e per questo motivo sono stati creati dei guerrieri mutanti in grado di ucciderli: i witcher. Geralt di Rivia è un witcher, un mutante con poteri speciali che uccide i mostri per denaro. Intanto la terra è in uno stato di caos, mentre l’impero di Nilfgaard cerca di espandere il suo territorio. Recentemente mi è capitato di vedere una produzione di un poliziesco ucraino – Hide and Seek – con tinte molto fosche e dark. Sicuramente interessante. La Casa di Carta ha fatto scoprire lo spagnolo, ma anche il portoghese comincia a crescere grazie alle produzioni brasiliane. Oltre le telenovelas il Brasile sta producendo titoli molto interessanti come Città Invisibile e 3%. Insomma il nostro atlante sta diventando sempre più ricco e le diversità fanno sempre bene perché ci aiutano a capire noi stessi in rapporto col mondo. Non è forse questa una delle cose importanti della narrazione oltre all’intrattenimento?

Anche I’Asia parla tutte le sue tante lingue

L’Asia non è da meno. Ci sono di tutti i generi e per tutti i gusti, perché non va dimenticato quanto l’industria audiovisiva asiatica sia sempre stata attiva ed importante. Non solo “anime” con gli occhi a mandorla. Titoli come Meteor Garden, Triad Princess, The Victim’s Game, Nowhere Man e Chosen provengono dallo stato più popoloso e grande del mondo e hanno avuto pubblico anche in Occidente. In questo atlante non manca la Corea. Forse pochi sanno che la Corea del Sud è secondo gli indici internazionali il paese più tecnologicamente avanzato del pianeta ed è normale che anche loro producano audiovisivo! Titoli come Goblin, Mr. Sunshine, Hello my teacher e Coffee Prince hanno avuto successo non solo in patria. E non pensate che il Medio Oriente manchi all’appello! Basta citare un titolo come Fauda e Jinn e abbiamo compiuto il nostro giro del mondo.