L’alta velocità dell’ansia

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Oggi ho avuto un feroce attacco d’ansia. Lo so che molti già nel leggere questa prima riga diranno “Io ci convivo con l’ansia!!!”
Non lo nego, però voglio solo raccontare com’è l’ansia legata alla depressione chimica, cos’è quel treno ad alta velocità che ti investe e tu non sai perché e magari sei per strada e solo il fatto che qualcuno da un’altra parte alza la voce ti immobilizza ed i tuoi denti comincia a stridere l’uno contro l’altro fino a consumarsi. Intanto il treno corre e la chimica è sempre più sballata.

Ogni cosa che leggi parla dell’ansia come qualcosa che riguarda il futuro, una preoccupazione eccessiva fino alla patologia. La cosa che più si avvicina a ciò che sento io lo ha detto il grande filosofo Martin Heidegger

Ansia. Una manifestazione fondamentale dell’essere nel mondo.

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Sono quindi tremo. E non solo fuori, ma dentro come se entrassi in vibrazione e risonanza con ogni cristallo dell’universo. Tutti ti danno fastidio, le voci e la presenza anche delle persone e delle cose che ami di più sono un eccesso un sovrappiù inaccettabile. Tutto è inaccettabile. Non si sa spiegare, non si sa dire. Si vuole piangere, urlare, ma a malapena riesci a respirare. Ti rintani in cucina dove sistema i resti della tavola dopo pranzo con le lacrime secche che scendono dagli occhi e quel pianto strozzato, quei singulti abortiti che sono atroci perché non danno sfogo a nulla. Questa è l’ansia. Motivo? Non esiste! E la chimica bellezza!
E lo so che qualcuno ti consiglia di prenderti una pasticca ma quella che funzionano con la gente normale non bastano per chi ha una patologia come la mia. Ce ne vogliono altre. Delle vere bombe che non voglio prendere. Perché? Perché odio stare stordito, rincoglionito, tramortito come se chissà che avessi preso! Non sono io. Conosco quella sensazione e non la sopporto più. Io prendo già normalmente una terapia farmacologica quotidiana, però succede che le cose non vadano. Non vadano bene per una qualsiasi banalità. E’ il prezzo della normalità e della quotidianità. Certo. Per me ci va aggiunta la malattia neurologica. Questo è solo un piccolo aspetto. Niente bastoni, niente protesi, niente evidenze fisiche.

E allora cosa fai?

Quando vedo che quel treno ad alta velocità sta arrivando non mi muovo. Il modo che ho imparato è affrontarlo. Mettermi sui binati e lasciarmi investire fino a farmi dilaniare completamente. Fino a farmi a pezzi, sentendo il cuore che salta dentro la gabbia toracica, il respiro che si fa affannoso e le gambe che tremano come fossi in tetania. Ho imparato ad essere lucido e ad aspettare. Lo sento e lo vedo.

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L’impatto

C’è silenzio. Il respiro comincia a farsi pieno. Lo yoga e le tecniche imparate in questi mesi sono una bella e utile cassetta degli attrezzi. Comincia a vedere i tuoi pezzi sparsi sul terreno e ti dai da fare per suppurare le ferite. Riesci anche a pronunciare qualche parola. Te ne stai ancora da solo, perché sei esausto. Voglio vedere voi a rialzarvi dopo lo scontro con un treno che al massimo vi vantate di una seduta di palestra!

Perché?

Me lo chiedono sempre in tanti: perché racconto queste cose.
Perché la malattia ed i disturbi neurologici e neuropsichiatrici esistono e devono essere raccontati. Perché abbiamo bisogno d’aiuto nonostante ogni giorno ce la mettiamo tutta per fare quello che fanno tutte le persone. Perché magari sai poi che nel flusso dei social fra battute sul sesso, selfie e lamentele sui vaccini c’é qualcuno che vive le tue stesse cose e oggi si sentirà meno solo!
Lo faccio poi perché fondamentalmente la penso come Dürrenmatt:

Scrivere è, per me, il tentativo di mettere ordine nel mondo che sento come labirinto, come manicomio.
Certo non sono bravo come lui.