1899: dopo DARK il nuovo naufragio oscuro di Baran Bo Odar su Netflix

 

Klaatu Barada Nikto! Tranquillizzo subito i pochi preoccupati sulla mia sanità, mentale in particolare, d’altronde che si può pretendere da chi quest’estate aveva inventato la rubrica TSO – Tecno Social Osservatorio. Mi chiedo quanti ricordino queste parole, fra le più importante del cinema di fantascienza, pronunciate dal gigante di ferro alieno uscito dall’astronave in Ultimatum alla Terra, film pacifista del 1951 in piena guerra fredda. Sono parole che mi vengono in mente ogni volta che sento il nome di Baran Bo Odar, che insieme alla moglie Jantje Friese, formano un duo nella vita e nel lavoro che sta avendo sempre più appassionati. Dopo DARK arriva su Netflix una nuova serie di questa coppia tedesca dal titolo apparentemente innocuo ma evocativo: 1899. I numeri, in realtà, non sono mai innocui, e, soprattutto, sono molto di più quello che appaiono, di quella che è la loro forma. Proprio come le nostre vite. Ci sono cose, libri, film, quadri, scegliete voi, che non sono per tutti, nel senso della loro “comprensibilità”. Uso una parola volutamente sbagliata perché tante volte diciamo “non l’ho capit*” di qualcosa, però ci è piaciuta tantissimo, ci ha lasciato dentro. Di 1899 leggerete moltissimo, è una delle serie più viste ora, inoltre Dark è  stato amatissimo, ma in parecchi non capiranno “cosa vuol dire”. Bisognerebbe scrivere un’ode alle cose che ci fanno cortocircuitare le teste e comprendere che le forme non sono mai affatto definite. Anche nell’industria dell’intrattenimento e anche per una serie tv.

1899: dopo il nuovo naufragio oscuro di Baran Bo Odar

Tutto inizia col personaggio di Maura Franklin (Emily Beecham) che, dopo un incubo inquietante nel quale viene rinchiusa in un manicomio, si risveglia sulla Kerberos, una nave diretta a New York. Medico specializzato nei problemi della mente umana, Maura ha ricevuto una lettera dal fratello scomparso quattro mesi prima su un altro transatlantico della stessa compagnia, la Prometheus: nella lettera l’uomo le diceva di non fidarsi di nessuno. Inizia così una rassegna dei vari passeggeri della nave, ognuno dei quali nasconde passati traumatici e segreti inconfessabili, e molti dei quali hanno ricevuto una lettera simile. A bordo della Kerberos, chiamata come il mitologico cane a tre teste a guardia dell’Inferno, è contenuto un carico di passeggeri estremamente eterogeneo per tanti aspetti. Si va dal playboy spagnolo Ángel  e il suo finto fratello prete Ramiro, la geisha – ma cinese e non giapponese – Ling Yi con la madre Yuk Je  e la maîtresse Mrs. Wilson; la travagliata coppia francese Lucien e Clémence; la religiosissima famiglia danese formata dai fratelli Tove , Krester e i loro genitori Iben and Anker. Non finisce qui. Ci sono passeggeri solitari come il lavoratore della fornace Olek, il clandestino Jérôme, il misterioso Daniel che pare essere arrivato a nuovo con tanto di scarafaggio addestrato (si tratta di uno scarabeo, animale simbolico nella magia dell’antico Egitto, d’altronde sono molti gli elementi di quella mitologia che ricorrono)  e soprattutto il capitano della nave, Eyk (già visto in Dark), che sconta un bruciante trauma famigliare. Le forme dei destini di tutti questi personaggi, già in qualche modo intrecciati tra loro anche se inconsapevolmente diventeranno ancora più interconnessi quando la Kerberos riceve una richiesta d’aiuto dalla Prometheus: una volta raggiunti sul luogo, l’equipaggio scoprirà una nave fantasma, con nessuna traccia di passeggeri a bordo se non per un misterioso e inquietante bambino che porta con sé una strana piramide di grafite. Una volta riportato a bordo, sulla Kerberos inizieranno strane morti e altrettanto inspiegabili fenomeni, spingendo tutti nel caos e soprattutto a dubitare della propria sanità mentale.

Per chi scrive è molto difficile raccontare la trama di 1899, in parte per una questione di spoiler, ma in gran parte per come ogni elemento sia legato e concatenato all’altro. Si può dire però che, similmente a Dark, l’aggancio narrativo di 1899 è quello di inserire in un contesto paranormale che sfugge continuamente alla prevedibilità e alla comprensione dello spettatore delle storie invece di universale e riconoscibile tragedia, dando l’impressione che il vero orrore, il vero enigma indecifrabile sia sempre e comunque l’animo umano e ancora di più la mente, che sempre deviano dalla loro tratta prestabilita. Rispetto a Dark però, a mio avviso, c’è un coraggio diverso, forse perché Dark era più studiato per la platea a cui si rivolgeva. Quello che fa tutto, poi, oltre alla colonna sonora alienante e puntualissima, è l’atmosfera: si passa da angusti corridoi di legno illuminati da candele sfarfallanti a ponti bagnati dalla pioggia e avvolti dalla nebbia, da fornaci ricoperte di fuliggine a cabine piccolissime che nascondono passaggi segreti. Di più fa la complicata simbologia che costella tutte le scene: aguzzate la vista per rintracciare un po’ ovunque, dai gioielli alle moquette, il simbolo che si vede anche nel logo della serie, un triangolo rovesciato e barrato con una riga vicino al vertice, che ha un sapore fortemente fra il massonico e le società segrete. A un certo punto può risultare frustrante, in una moda lanciata in qualche modo da Lost e arrivata al disastroso e italiano Sopravvissuti, che i misteri si incastrino uno sopra e dentro l’altro, come un’installazione della Lego, senza portare a spiegazioni immediate, ma il fascino di 1899 è anche questo: è un meccanismo narrativo inquieto, raffinato, conturbante che porta in spazi inesplorati e ci fa intuire che ce ne potrebbero essere mille altri. Tutto, dalla babele di lingue al limite finissimo tra realtà e incubo, porta verso l’incomunicabilità, ma questa rimane una visione che sfida lo spettatore e lo tiene avvinghiato, come in un naufragio da cui non si riesce a sfuggire.

 

 

E DARK ?

Dark è una delle serie tv più importanti tra quelle di nuova generazione. Solo un anno fa è uscita la terza e ultima stagione che ha chiuso la trilogia temporale della serie tv tedesca. La produzione Netflix in pochi anni è diventata un fenomeno di massa che ha coinvolto il mondo intero.
La trama è basata sul principio di autoconsistenza: molti personaggi sono in grado di spostarsi nel tempo, ma non sono tuttavia in grado di modificare il loro destino né quello degli altri; il passato, in quanto tale, è immutabile; la volontà dei singoli è dunque piegata al procedere del tempo e anche quando si viaggia nel tempo non si può fare altro che assecondare gli eventi per come si sono svolti secondo il paradosso della predestinazione.
Sia nella scrittura, nella recitazione e nel lato tecnico, Dark è fatto per essere un successo, anche per la vasta platea a cui si rivolge.