Una miniserie su Charlie Hebdo quando? Il racconto necessario

Stasera guardando l’archivio mi sono reso conto che dovevo finire di vedere una serie tv. M’era piaciuta e ne avevo anche scritto. Si chiama Manhattan, però New York non c’entra nulla. Anzi siamo a Los Alamos nel New Mexico. Si tratta del progetto Manhattan, quello per la costruzione della bomba atomica. Le ultime due puntate sono molto belle, ben costruite, ben recitate e ben scritte, con dei buoni colpi di scena. Son partito da qui con un altro ragionamento che riguardava gli eventi di Parigi.

Nel frattempo ho acceso la tv e ho visto che su Raiuno trasmettevano Segreti di Stato – mi sembra sia questo il titolo – una fiction Rai che parlava di terrorismo, servizi segreti e talebani. Avrò visto al massimo tre minuti e mi sono reso conto che finché in Italia non avremo una narrazione audiovisiva accettabile non ci saremmo miglioramenti. No, non sono pazzo e vi dico perché.
Nonostante viviamo in un cambiamento epocale, in una soglia, in un limen di cui non conosciamo la prossima evoluzione, noi, umani abbiamo bisogno di narrazione. E’ legato al concetto di identità e di comunità, come quando i nostri progenitori si radunavano prima intorno al fuoco e poi di fronte ad un camino scambiandosi storie. Viene anche definita funzione bardica, così sono nate anche le mitologie, la necessità di una spiegazione e di una rappresentazione del mondo che ci circonda.

L’informazione è una cosa fondamentale, ma i fatti hanno bisogno di tempo e di emozioni per sedimentare. La narrazione televisiva contemporanea non è solo il nuovo cinema, ma anche il nuovo romanzo. Almeno oggi è ancora così, credo che in futuro le cose cambieranno, ma resto persuaso che quella funzione bardica sia primaria nell’uomo. Istintuale. Prima o poi si farà una miniserie su Charlie Hebdo e sull’attacco terroristico, credo che passeranno alcuni anni, visto che c’è stata una copertura mediatica fortissima, soprattutto che ha travalicato i fatti, portando un’emotività tangibile che ha coinvolto tutti. La tv se ne deve occupare.

So che in Italia è un discorso difficile da fare, perché siamo orfani di un grande cinema e abbiamo e abbiamo attraversato oltre vent’anni di televisione pessima, squallida e clientelare, se non per qualche eccezione. Solo nel nostro paese si riducono le ore di fiction prodotta, i consumi no. Fra le offerte dei canali satellitare, streaming e on demand, più le possibilità della rete oramai anche noi abbiamo capito che la serialità è una cosa seria. Lo sanno tutti nel mondo, solo noi però abbiamo deciso di distruggere la nostro produzione. Visti i risultati lo posso capire, anche se non è stato sempre così, Gomorra e altre sono segnali confortanti, ma è ancora poco. Bisogna avere più coraggio e osare, ma si deve ripartire. Lo vogliono gli spettatori, altrimenti non ci spieghiamo come Terence Hill superi i sette milioni di spettatori facendo un Don Matteo che va a cavallo e si traveste da guardie forestale! Io non ho antipatia per questi prodotti e li trovo anche necessari in un mosaico produttivo, il nostro problema è forse che abbiamo solo quello? Neanche! E’ peggio, perché forse quelle sono le punte.

Gli ultimi Golden Globes hanno dimostrato la tendenza del ritorno delle miniserie, che non è un brutto segnale, anzi perché significa creare racconti su eventi o libri, come Olive Kitteridge, libro molto venduto e pluripremiato di Elizabeth Strout. Credo che pima o poi si arriverà ad una miniserie sull’attacco a Charlie Hebdo, credo che possa avere un effetto catartico, con tutte le polemiche che ne scaturiranno, ma noi in questi eventi a volte navighiamo a vista, in balia delle manipolazioni della politica e soprattutto dei capipopolo. Capisco che in Italia è presente un problema di informazione televisiva – è inaccettabile un approfondimento come Porta a Porta col plastico di un kalashnikov – ma bisogna trovare una strada per cui l’informazione è il racconto possano viaggiare insieme o su binari comuni con intenzioni differenti. Il racconto televisivo indaga anche le prospettive e i sentimenti dei protagonisti, non deve essere l’informazione a farlo, sono modalità e compiti diversi. La serialtà deve ritrovare non il racconto dei fatti, ma il sentire dei fatti. Se non si affronta di nuovo questo nodo rischiamo di rimanere prigionieri di Barbara D’Urso.

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