The Handmaid’s Tale: la distopia migliore

elizabeth moss

Elisabeth Moss è da premio.
Senza se e senza ma!

Ci vuole coraggio per realizzare una distopia? Si e questo è l’anno delle distopie. Però, The Handmaid’s Tale è la migliore. Finora. Tratto dal romando di Margaret Atwood, scrittrice canadese, del 1985, The Handmaid’s Tale, tradotto in italiano come Il racconto dell’ancella, è una storia che racconta di un mondo, Gilead, ovvero gli ex USA, dove le donne sono ridotte a macchine di riproduzione. Una società iper – maschilista, governata dai comandanti, una tipologia che rimanda ai colonnelli greci. Una grande scrittura, compresa la stessa Atwood nel gruppo, un cast straordinario per una serie densa e davvero bella. La serie è prodotta da Hulu.

Non si sa se arriverà mai in Italia, secondo me andrebbe visto,  per questo vi consiglio due siti streaming: serietvsubita e eurostreaming. Noi qui guardiamo sempre le serie in questo modo e le troverete anche sottotitolate se non avete grande dimestichezza con le lingue. Ci sono sistemi di ricerca, attenzione a quando usate i link perché sarete riempiti di pubblicità, però, con un po’ di pratica vi godrete questa e molte altre serie.

Scenario
Siamo nella Repubblica di Gilead, che vive all’insegna di un cristianesimo oltranzista e oppressivo, anche se certi vizi esistono ancora e sono riservati solamente agli uomini più abbienti, molto abbienti. Come i bordelli. Purtroppo l’inquinamento mondiale, con dei livelli insostenibili, ha ridotto drasticamente la natalità e la fertilità, sia femminile che maschile, ma degli uomini non si può dire. Certo ora l’aria è migliore, ma alle donne sono interdetti i diritti civili, la lettura e altre abitudini che per noi oggi sono la normalità. C’è una guerra in corso, ma non si capisce bene contro chi, in questo ricorda 1984 di Orwell e la famigerata EstAsia, ma questa è più vicina, perché il mondo che hanno lasciato è il nostro! Quando il libro uscì in alcune scuole superiori americane lo bandirono. Oggi la Atwood, una grande scrittrice, vive una nuova stagione di fama, molto meritata. La Atwood ha sottolineato come tutto quello che lei ha scritto non l’ha inventato, è successo nel tempo in varie parti del mondo.

Lessi questo libro nei primi anni 90, stavo finendo il liceo, mi piacque molto. Quest’anno, quando seppi che Hulu stava realizzando la serie l’ho cercato in casa, ma non l’ho trovato. Lo volevo. Ho visto nelle librerie, ma nessuno lo aveva. Neanche Amazon o IBS via online. Finalmente una piccola casa editrice nata a Firenze, Ponte alle Grazie, ha deciso di ripubblicarlo. Acquistato e ricominciato a leggere. Una scrittura ritmata e incisiva, come poi viene riflessa nella sceneggiatura delle dieci puntate che compongono questa stagione. Ci sarà anche una seconda, con la Atwood che avrà un ruolo più importante nella scrittura, cosa che ci fa piacere, anche perché la serie non ha ancora esaurito la trama del libro e poi ci sono tutte le modifiche fatte.

The handmaid's tale castDicevamo del cast. Oltre una splendida Elisabeth Moss, che dopo Mad Men e Top of The lake, si conferma una splendida attrice, abbiamo anche Alexis Bledel, la piccola Gilmour di Una mamma per amica, in un piccolo ruolo ma di grande intensità drammatica. Anche questa serie ha una grande co-protagonista, cioè Ann Dowd, che recentemente abbiamo visto nell’ultima bella stagione di Leftovers, splendida anche Samira Miley, la rimpianta Poussay di Orange is the new black. Brava anche l’interprete della moglie del comandante Waterford, cioè Yvonne Strahovski. Nel reparto maschile la buona prova di Joseph Fiennes nei panni del comandante Waterford. Bruce Miller, il capo scrittura, ha fatto un lavoro ottimo, d’altronde veniva da esperienze seriali grosse, da E.R., poi Eureka e anche The 100, un curriculum che merita grande rispetto.

Io ho paura di questa distopia. Dopo l’ascesa di Trump sento che siamo di nuovo in pericolo. Sono cresciuto in mezzo alle donne, sono un sostenitore del ruolo delle donne, certo ho visto i danni che alcune hanno fatto in politica, ma qui non hanno neanche diritto al nome. Il personaggio della Moss in realtà si chiama June, ma diventa Dilfred, cioè Di Alfred contratto, una sorta di patronimico, come in Russia, per usare un termine riconoscibile. La donna come proprietà è un concetto orribile! Ecco perché penso sia importante non solo sostenere serie di questo tipo, ma anche essere sempre vigili, contro le discriminazioni.
Quando leggo che il sindaco della mia città, Roma, dove ho scelto di non vivere più,  chiede di fermare i migranti ho due reazioni: prima rido perché so bene che il suo movimento mira solo al potere, poi sono preoccupato,  consapevole che viviamo in un mondo che è pronto alla svolta autoritaria ovunque. Se la democrazia muore o viene demistificata, neanche noi ci salveremo. Anche nella serie non sono solo le donne ad essere prese di mira, anche i neri, i gay e chiunque possa pensare con la propria testa.
Meno male che il finale di questa prima stagione dà un briciolo di speranza.

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