The Outsider: King è sempre il re del brivido

Un universo di nome KING

Libri, film, fumetti, serie televisive e quant’altro sono linguaggi espressivi. Meglio ancora, sono sistemi di linguaggi espressivi diversi. Che vuol dire? Che la stessa cosa, la stessa narrazione non potrà mai essere uguale a seconda di come si scelga di raccontare. Però i grandi narratori riescono a creare delle situazioni, degli “oggetti” che hanno una capacità di adattamento meravigliosa e che non attirano tanti appassionati e tanti pubblici diversi. Non sono tanti, ma uno di questi è sicuramente Stephen King, lo scrittore americano di Portland, che ha la capacità di creare ambientazione e trame di grande interesse e portate per gli adattamenti. Un vero grande maestro del brivido, da alcuni definito il Tolstoj di serie B – purtroppo in Italia c’è anche ancora uno snobismo stucchevole verso chi scrive opere di genere – che ha fatto nascere personaggi e narrazioni immortali, come Carrie, Shining, IT, il ciclo della Torre Nera e molte altre. Pensate che King ha al suo attivo circa 80 opere, comprese quelle realizzate con lo pseudonimo di Richard Bachman. Continua a leggere

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Non si può ridere della morte. Davvero? E’ così divertente!

“Aiutatemi Idioti! Gli alieni mi stanno portando via”

Ieri sera ho visto Sanremo, ancora non lo avevo fatto. Questa non è il punto. Come sempre c’erano i comici, prima di Ferrero, presidente della Sampdoria, ci sono stati Luca e Paolo, comici che una volta hanno avuto un forte successo. Hanno fatto un pezzo abbastanza divertente sui vip morti e sulle commemorazioni. Non posso non citarne un passo:“Commemora anche Fazio, officia Gramellini. Però solo se il morto è un cantautore” e “i cantautori genovesi da morti sono anche più allegri”  Su Twitter sono apparse molte critiche, perché la sera prima c’era stato un omaggio Pino Daniele, grande artista recentemente scomparso. Poi mi è successo qualcosa di personale sul tema. Continua a leggere

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Requiem per L’Europeo

Requiem per L'Europeo

L'editoria se la passe male e non solo in Italia, però quando a sparire è una rivista di grandissimo prestigio è proprio una brutta notizia. Dopo lo stop temporaneo di Linus, a chiudere, sembra senza appello, ora è L'Europeo, che si era già fermato per anni. Il settimanale, poi mensile, fondato da Arrigo Benedetti è arrivato al capolinea e lo dice il suo direttore attuale Daniele Protti, a cui va simpatia e merita per la pervicacia con cui ha portato avanti questo progetto. Per L'Europeo è passato il meglio della cultura e del giornalismo del nostro paese. Nomi come Besozzi, Bocca, Malaparte, Stella, Pannunzio, Del Buono, Fallaci, prima della svolta antislamica, Ortese, Flaiano, Vertone e molti altri che fanno una lista preziosa che andrebbe sempre tenuta a mente.

L'ultimo numero è davvero una bella sintesi di questa storia fatta di storia, di chi ha voluto raccontare un paese, nel bene e nel male, i suoi cambiamenti, fra vittorie e sconfitte. L'ho sfogliato prima di scrivere questo post, fermandomi sul ritratto che Curzio Malaparte del leader del Pci Palmiro Togliatti, del reportage da Saigon di Oriana Fallaci e dell'intelligente viaggio di Flaiano nel cinema di Kubrick. Basterebbe questo per giustificare un acquisto, ma c'è anche tanto di più, corredato da fotografie sempre curatissime. Dispiace considerando come ogni mese escano e muoiano riviste che inseguano qualche copia di vendite in più con nomi con termini tipo click e web, ma chi frequenta la rete sa che certe cose le trovi direttamente su internet. Che si fa allora? Si discute di business model, dal freemium ai nuovi metodi di pagamento più veloci, senza però chiederci se c'è tempo o voglia di leggere una rivista. Sarebbe quasi da riproporre il dibattito fra orizzontalità e verticalità, scomodando Deleuze e Focault, ma questa non è la sede, o forse lo è anche, ma sono anche stanco perché spesso quello che manca è l'attenzione.

Se si vedono con attenzione i dati di Audipress si vedono che tutto il comparto (quotidiani più periodici) perdono copie e perdono investimenti pubblicitari. C'è un colpevole? Non ha senso ragionare in questo modo, visto che il fenomeno è mondiale, c'è sicuramente un cambiamento potente di linguaggi e mezzi di comunicazione, ma anche di abitudine e di temi, credo che venti anni fa nessuno immaginava ci potessero essere periodici dedicati al mondo del tatuaggio, o delle unghie, diciamo del nailing. Il punto è che non si tratta della carta, ma delle storie e anche di un sistema industriale del racconto. Credo che la prima cosa sia renderci conto che la qualità va pagata, fondamentalmente, che il sistema dovrebbe basarsi sul contenuto, che è già una forma, certamente in connubio con la piattaforma su cui viene declinato. Ma ci siamo vicini o siamo già troppo lontani?

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