Suburra: una serie fondata sull’odio

Suburra

Ho finalmente terminato la visione di tutte le dieci puntate delle serie tv Suburra. Il post precedente si riferiva alle prime cinque puntate, adesso posso dare un giudizio più completo ed esaustivo. E’ una serie importante, la prima produzione Netflix che coinvolge direttamente il nostro paese, ma non è solo Roma, come molti hanno scritto e pensato. Ho letto che era una serie punk, nel senso di sconvolgente e rivoluzionaria. Niente di più falso. Tutto è basato sull’odio e sulla conservazione del potere.

Come clip ho scelto quello della canzone del tema musicale, Piotta + Muro del canto, con 7 vizi capitale. Un clip girato nel museo della street art romana, visitabile solo su appuntamento, e situato nella zona del Prenestino. Naturalmente non c’è un soldo pubblico a sostegno. Perché i soldi pubblici devono sostenere altri e non mi metto a disquisire come un leghista o un 5stelle sulla politica, però se certi iniziative che vengono dal basso trovassero appoggio dalle istituzioni forse, dico forse, le cose andrebbero meglio.
Comunque Suburra alla fine è un buon prodotto, a volte ha delle lentezze, anche se per fortuna la lentezza e la bruttezza della regia placidiana del primo episodio non si è ripetuta. Ha una buona scrittura, soprattutto in alcuni meccanismi: i personaggi non scelgono, sono costretti a scegliere e hanno una sola scelta possibile nella maggioranza dei casi.

Tutti alla fine non rifiutano mai il proprio destino, ci provano, ma sempre in un alveo di possibilità ristrette, per Lele, figlio di un poliziotto, farà il poliziotto – questa è davvero la scelta più forzata. Aureliano, uno di Ostia, trova morta la donna che aveva scelto Isabelle un’ex-prostituta d’origine africana, questa sarebbe stato il cambiamento più forte,  però il suo omicidio da parte della sorellama non può essere in una città che da oltre 2000 anni ha sempre rifiutato la rivoluzione, corteggiandolo per molto tempo, ma senza mai abbracciarlo del tutto.  Anche l’omosessualità di Spadino, il sinti o semplicemente lo zingaro, poteva essere dirompente, ma visti gli obblighi di famiglia, sarà vissuta in maniera mercenaria. E’ un affresco tragico, ma incredibilmente affascinante e fa vedere, quanto ancora una volta la tv superi il cinema nel nostro paese, mostrando Francesco Acquaroli nettamente più bravo del più quotato Claudio Amendola – direi che è anche questo è merito del testo. Bravo Filippo Nigro nei panni di Cinaglia il politico, che mostra la disinvoltura della politica ed il suo revanchismo verso il denaro anche delle formazioni una volta più tese alla consapevolezza dei problemi della città capitale del nostro paese.
Nel reparto femminile brave tutte, sia Claudia Gerini – non l’avrebbe detto nessuno quando uscì a Non è la Rai di Boncompagni – e tutte le altre, soprattutto quelle che recitano nella famiglia sinti, dove oltre a Spadino menzione speciale va ad Adamo Dionisi, che interpreta Manfredi, il fratello con un’acredine che non si lascia dimenticare.
C’è anche il tentativo, riuscito a mio avviso, di tralasciare una la scia che lega il terrorismo nero al crimine. Però Samurai non è davvero Masimo Carminati e si rischiava una semplificazione di una vicenda terribilmente complicata. Complicata come questa città, come Roma, terreno sconfinato e ancora oggi misterioso. Ha ragione davvero Cinaglia quando dice che questa città non si governa, si amministra. Voi sapete che a Roma c’è un lago, dove sorge la fabbrica dell’ex Snia-Viscosa, composta di acqua minerale e che è stato nascosto ai cittadini fino a pochi anni fa? Forse neanche si amministra.  Quando sentite qualcuno dire “Io Roma la conosco!” sta mentendo. Ve lo dico da romano.

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