Spike con Netflix, ritorno alle origini

Spike Lee

 

Da Lola Darling a Nola Darling: Spike in tv

Corti, lunghi, documentari, spot, videoclip, opere teatrali, videogame, basket e altro ancora. Cosa mancava nella carriera di un cineasta completo? Una serie tv e Spike Lee si è fatto sedurre da Netflix, realizzando dieci puntate nel suo stile e secondo i suoi temi, addirittura tornando ai suoi esordi. La protagonista dei She’s gotta have it, infatti, si chiama Nola Darling. Dopo il saggio alla scuola di cinema il primo lungometraggio che realizzò si chiamava Lola Darling. Spike torna alle origini e li rilegge secondo la sua evoluzione come autore e regista.

 

Il trailer è parecchio gustoso, ma stavolta la sceneggiatura non è interamente sua, lui ha scritto la prima e l’ultima puntata.
Il risultato? Difficile.
Difficile non amarlo, difficile non esaltarsi per Nola e i suoi tre amanti con cui si divide. Una donna forte, bella, che aspira ad essere una pittrice e fa di tutto per esserlo, senza mai tradire il suo essere donna nera e artista, ma con le difficoltà di un percorso tutto in divenire, divisa fra le difficoltà di vivere a Brooklyn, quartiere nero ora di gran moda, e una cronica mancanza di denaro. E poi è Spike Lee.

Nola, come Lola, ha tre amanti, chiamarli fidanzati è troppo, anche perché lei non vuole legami forti e fissi, il suo desiderio è realizzarsi come artista, pittrice e ritrattista, però allo stesso tempo vuole essere al centro dell’attenzione, con le sue amiche e anche coi suoi amanti. Il primo e più grande di età è Jamie Overstreet, sposato, in crisi con la moglie, padre di un ragazzino in gamba, broker e consulente finanziario che ha superato i quarant’anni. Il secondo è Greer Childs, quinta essenza del narcisismo e della vanità, è un modello, di madre francese, che si diletta di fotografia, ma alla fine è innamorato di se stesso. L’ultimo e più giovane, nero di origini ispaniche, è Mars Blackmon, un hipster che vive e lavora con la sua bicicletta come fattorino e che non fa mistero per la sua lingua sciolta e un po’ volgare e che nel film del 1986 era interpretato dallo stesso regista. Tre uomini molto diversi fra loro, sicuramente stereotipati, che compensano tutti i tentativi che Nola fa per non cadere in nessun cliché. Lei è DeWanda Wise, (nella foto in basso) bella, ma soprattutto brava, come bravi sono anche i tre attori che interpretano la triade degli amanti: Lyriq Bent, Cleo Anthony e Anthony Ramos.

DeWanda Wise
Eppure non finiscono qui i personaggi di  She’s gotta have it. Ad un certo punto Nola avrà un’infatuazione, ricambiata per una donna, Opal, che forse è la persona giusta per stare con lei. Opal è madre, ma soprattutto non è disposta a sottostare ai capricci di Nola, per questo la loro storia si interrompe, ma resta un rapporto d’amicizia e soprattutto un desiderio forte da parte di Nola, che cerca anche come donna una sua stabilità affettiva e non gli interessa di essere incasellata come lesbica, il lavoro fatto contro gli stereotipi è davvero buono, non solo quelli sessuali, ma anche quelli razziali. Basti pensare alla vicenda dell’amica Shemekka che si sottopone a delle iniezioni illegali per ingigantire il suo sedere e diventare una ballerina di lap dance, tanto grande che poi scoppierà durante un’esibizione: un contrappasso della tendenza alla anoressia delle bianche.

A me, che amo Spike Lee sin da quando nel 1989 a quindici anni mi ritrovai a vedere le avventure di Radio Rahem in Fa la cosa giusta dentro una sala, forse insieme a pochi altri, il mio film preferito di questo autore, oggi giunto all’età di sessant’anni. Una carriera fatta di ottimi film e di qualche passaggio a vuoto, come il film in Italia, Miracolo a Sant’Anna, dove ha dimostrato una certa incapacità nel comprendere la storia del nostro paese e il nostro paese con le sue particolarità. Nonostante tutto Spike Lee resta in assoluto uno dei migliori registi afroamericani della storia e certe critiche sono gratuite e scaturiscono dal suo aver deciso di fare una serie tv. Ancora oggi viviamo in un mondo dai forti pregiudizi per cui c’è ancora chi crede che, a prescindere, il cinema sia meglio della televisione, stessa cosa dicasi per quelli che credono che un libro sia meglio di un film. Siamo di fronte ad uno stereotipo e come tale dovrebbe essere superato. Per questo serve una certa intelligenza, una elasticità culturale e antropologica, che non deve fermarsi alle forme, ma andare al nucleo dei contenuti.

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