Siam Cosplay o caporali?

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Questa foto l’ho scatta ieri a Romics, appuntamento annuale che si tiene a Roma sul mondo dei fumetti e dell’animazione, con bellissime sfilate dei cosplay. Una volta sarebbe bastato dire così. Ora non più. Perché se giro e vedo Jack Sparrow appoggiato a un Tardis e l’Uomo Tigre che parla con la Matrigna di Biancaveve, o ancora uno jedy che parla con uno steampunk, so che qualcosa è cambiato. E so, ne so convinto, che il cambiamento è in meglio.L’ho scritto anche stamattina sul canale mobile che Io e Orson ha su Flywers, una piattaforma per contenuti mobili – i miei contenuti non sono doppioni, ma diversi – dove affermavo che in fondo siamo tutti cosplay. Abbiamo anche raddoppiati in maniera istituzionalmente le occasioni, al carnevale abbiamo aggiunto halloween. Per non parlare del momento del gioco, che spesso lavora sull’immedesimazione, come tutta la narrazione, che è riuscita quando riesce a proiettarti in una dimensione diversa da noi stessi. C’è la radice del travestitismo per gioco, che è la voglia di essere altro da sè e che deve aiutarci a proiettarci all’incontro con l’Altro, sia nella tradizioni della zona liminale di Victor Turner, sia in quella di Cvetan Todorov.
Ricordo troppo spesso associazioni di genitori e “professori” preoccupati di ragazzi troppo presi dai videogame o dalla tv, non ho mai capito perchè, invece di giocare all’aria aperta. Ma cosa vuol dire? A parte che si fossero informati sul fenomeno dei Nerd, o sulle community degli RPG, avrebbero scoperto situazioni molto all’aria aperta, però perché giocare in un modo è meglio di un altro? In fondo parliamo di una esperienza che coinvolge la narrazione in tutto e per tutto.
L’aumento del numero dei cosplay è, per me, dovuto all’esplosione delle regole della narrazione e successivamente del senso, anche grazie al primo nucleo dei teorici del postmoderno e del cyberpunk. Non sono solo dei ragazzi, perché molti erano adulti con bambini che hanno scelto di seguire ancora una passione, poi hanno un lavoro e una vita, ma non vogliono smettere di “giocare”, perché il gioco è oramai una loro dimensione di vita. Neanche è vero che non vogliano crescere, dovremmo invece smetterla di far retta a certe retoriche moraliste e capire che se si vuole migliorare abbiamo bisogno di strumenti nuovi ed il gioco, nella sua dimensione più esaustiva, è forse il tool necessario.

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