Ray Donovan: Non mollare mai

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Alcune serie diventano un appuntamento fisso, qualcosa di imprescindibile, non ne puoi fare a meno. Poi finiscono e una ragione te la fai. A me è successo con Sons of Anarchy, ma per fortuna ci sono appuntamenti che non tradiscono e ci sono ancora. La quarta stagione di Ray Donovan è stata la più personale, quella in cui il nostro protagonista, Liev Schreiber, che secondo il New York Times era il migliore attore shakespeariano della sua generazione, ha 48 anni, oggi è la generazione che conta a Hollywood. Premi per la sua attività teatrale e molto nomination per cinema e tv. Proprio Ray Donovan è la serie tv che gli ha dato la celebrità, relativa, vista la bravura meriterebbe di più. Come tutta la serie.

La famiglia Donovan stavolta è al completo, non potrebbe essere altrimenti visto che stavolta si entra di più nel privato di Ray e si cerca di guardare al rapporto con il padre, Mickey è sempre interpretato da John Voight, premio oscar nel 1976, poi da una pletora di attori molto bravi, primo fra tutti Eddy Marsam, che interpreta Terry, il fratello maggiore, ex pugile ed affetto da Parkinson, poi Dash Mihok alias Bunchy, il fratello alcolizzato, anche lui abusato da un sacerdote, più tutto il resto del cast. Il lato femminile, oltre che da Paula Malcomson, cioè Abby, la moglie di Ray, vede anche Lisa Bonet nei panni della sorella/amante di Campos, cliente di Ray Donovan. Ray, per chi non lo sapesse ancora è un fixer, uno che risolve i problemi delle celebrities, e siamo a Los Angeles, l’unico set dove poteva svolgersi. Stavolta ci sono i russi, si comincia col mondo dell’arte per poi tornare alla boxe, che uno sfondo naturale perenne per le stagioni di Ray Donovan, senza tralasciare droga e prostituzione. Ray Donovan è una serie in cui varie parti della narrazioni poi collimano e anche il passato ritorna, stavolta più di altre occasioni. Perché? Sono circa due anni che si parla di ambientare un’intera stagione a Boston, patria originaria della famiglia Donovan, azione che potrebbe segnare anche la conclusione di tutta la serie. La strada sembra ancora abbastanza lontana, per la fortuna di chi apprezza questa serie, anche se ogni tanto sembra che la bussola dei personaggi principali punta sulla costa est, principalmente su Southie, la parte più povera ed emarginata della città, quella riempita storicamente dalla mafia irlandese. Prima o poi ci arriveremo, ma ancora no.
La quarta è stata la stagione più corale e intimista di Ray Donovan, dove sono venuti al pettine molti nodi personali, come le violenze subite dai preti (non è un caso se il premio oscar 2016 Il caso Spotlight racconti proprio i casi di pedofilia della diocesi di Boston), oppure il cancro al seno di sua moglie Abby e di come, nonostante i tradimenti reciproci, i due si amino ancora, forse anche solo per sopravvivere, o forse perché alla fine la comprensione profonda di cosa è davvero l’altro in una coppia tiene le unioni salde. E’ un tema difficile, che tutte le serie provano ad indagare con registri differenti, dal melò alla comedy, ma nessuno riesce a dare una parola conclusiva – forse è impossibile. I loro figli entrano nella storia, soprattutto perché li mandano via con lo zio Bunchy e con la moglie, una luchadora molto silenziosa e interessante. Ray ha bisogno dei suoi fratelli e tutti loro hanno bisogno di lui, le relazioni sono di forte dipendenza, come lo stesso Ray ha bisogno dei suoi due assistenti, Avy e Lena, come fossero due sue propaggini e allo stesso tempo due suoi parti pensanti, ma in maniera diversa, visto che alla fine quello che di Ray non si discute la lealtà.

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