Orange is the new black: buona la seconda

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Non è una derivazione cinematografica del classico ciak “buona la prima”, ma proprio un giudizio sulla seconda stagione di Orange is the new black, serie tv comedy carceraria che era attesa al suo proseguimento dopo il grande successo e i tanti premi del suo esordio. Ispirato alla vera storia di Piper Kerman, che qui prende il cognome Chapman ed è interpretata dalla biondissima Taylor Schilling, bravissima con la sua mimica facciale, ha raccontato le storie delle detenute nel carcere di minima sicurezza di Litchfield. Non è stata come la prima, anzi qualcosa è cambiata e si è sentito.
C’è stato un momento di stanca durante le 13 puntate, anche Piper non è stato presente sempre e Alex Vause, la sua ex-fidanzata/complice, intepretata dalla mora e brava Laura Prepon, ha fatto solo alcune apparizioni (impegnata su altri set). Si è fatto molto di più gioco di squadra, facendo notare quanto fossero ancora brave le co-protagoniste, ma non ce n’era bisogno, e soprattutto tirando fuori dal cilindro un personaggio come Vee, una Lorraine Toussant con un criniera leonina che solo a vederla da lontano incuteva timore. Una delle novità della seconda serie è stata l’introduzione di un personaggio “villain” tout court, molto persuasivo, capace di passare sopra tutti, e creando così il terreno perfetto per dei bellissimi scontri fra fazioni: le nere VS le ispaniche, Pensatucky VS le sue amiche e molti altri. Da un punto di vista narrativo Jenji Kohan, che veniva da Weeds ha migliorato le linee narrative, mettendo anche elementi che hanno aumentato il tasso drammatico, che viaggiava molto bene in linea con la comedy.
Sicuramente è stata più corale, se lo può permettere non solo per la scrittura ma anche perché ha un cast ricchissimo e valido, anche negli elementi maschili e nel reparto che controlla la prigione. OITNB è un finto carcerario, anche se resta un bellissimo espediente per costruire una comunità di personaggi che raccontano le loro storie e ne intrecciano di di nuove. Siamo lontano da un esempio del genere come OZ o dei tanti film, come Animal Factory, che venne fuori dalla penna di Bunker e che aveva un cast variegato fra Steve Buscemi, Willem Dafoe e Danny Trejo. In realtà è una serie fortemente pop che ama il pop, un rapporto fortemente rafforzato da un citazionismo ricercato sulle celebrities e su certe mode che non diventa mai fine a se stesso.
Se c’era la sensazione, ma magari è solo mia, che mancasse qualcosa, tutto è stato riscattato nel finale, uno di quelle puntate in cui tutto si deve chiudere e magari con un happy end – no Chapman resta sempre dentro. Sicura una terza stagione, neanche l’ombra di rischio per il prodotto di Netflix, che vedrà il ritorno in pianta stabile di Alex Vause, come si capisce dall’ultimo episodio, e anche quello dell’agente Mendez, Pablo Schreiber, personaggio caricaturale e molto divertente. Ci sono dei nodi aperti che dobbiamo aspettare per vedere chiusi, come la fine di Vee – sembra morta ma non si sa mai – e come se la caverà Caputo a gestire la prigione.
Intanto la critica internazionale raccolta sotto il sito Rotten Tomatoes dava alla prima stagione un punteggio positivo del 93%, mentre alla seconda stagione dà il 97%. In più dopo aver vinto il Critics’ Choice Television Award come migliore serie comica, Orange is the new black – la prima stagione – ha raggruppato ben 12 nomination agli Emmy Awards, tra cui miglior commedia, miglior attrice protagonista a Taylor Schilling, miglior attrice non protagonista per Kate Mulgrew (la russa Red) e migliori guest Uzo Aduba (alias Occhi pazzi “Crazy eyes”), Natasha Lyonne (l’ex tossica Nicky) e Laverne Cox (la transessuale Sophie). 

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