Mr. Robot, chi ha vinto davvero?

Questa è l’immagine del logo della fsociety, il gruppo hacker di Mr. Robot. Come vedete l’estetica è simile a quella di Guy Fawkes, simbolo di V for Vendetta, la meravigliosa graphic novel di Alan Moore della fine degli anni ’80, da cui poi è stato tratto il film di James McTeigue. Sto correndo troppo? Non avete letto il “fumetto”? Non avete visto il film? Ma almeno questa estate avete visto Mr. Robot o eravate al mare? Potete rimediare a tutto ed avrete l’occasione di vedere questa serie su Mediaset Premium – purtroppo – oppure di trovarla in rete, cosa che consiglio, magari aggiungendo i sottotitoli se non masticate bene l’inglese. Di cosa si parla? Di Hacker. Non solo. Anche Cospirazione e Malattia mentale.

Già dal trailer si tratta di qualcosa di complesso, cercherò di non fare spoilering, ma qualcosa sicuramente uscirà fuori da queste righe. Il protagonista si chiama Elliot Anderson, interpretato da Rami Malek. E’ lui Mr. Robot? Forse. O forse è un altro personaggio che lo segue e lo recluta per un gruppo di hacker, proprio la fsociety. Il reclutatore è interpretato da Christian Slater, in ottima forma, che pare essere a capo di questo gruppo di hacker, il cui scopo è un attacco informatico su vasta scala, in cui è coinvolto anche una sorta di “armata hacker” cinese, naturalmente non legale, non c’è nessuna commistione. Come racconta Carola Frediani nel suo articolo, che vi consiglio di leggere, ottima giornalista di tecnologia, che tra l’altro scrive per La Stampa di Torino, la serie è piaciuta molto alla critica, ma soprattutto agli hacker. Questo dovrebbe segnare già un distinguo con tutti gli altri audiovisivi che parlano di cybercrimes e tecnologia, non parliamo di una delle ultime stupidaggini come CSI Cyber, noioso.

Quando, nei primi minuti della prima puntata di Mr. Robot, Elliot si lancia nella spiegazione dell’onion routing e degli exit node di Tor, a trasecolare, anche per altre ragioni, non è solo il suo interlocutore, ma pure il telespettatore. E i più basiti sono ovviamente quelli che sanno di cosa sta parlando. Idem per ladescrizione degli attacchi, per i DDoS, o per gli honeypot. Ci sono ormai un certo numero di articoli che passano in rassegna i passaggi tecnici più interessanti di Mr. Robot. Da questo punto di vista è già un cult.

In questo passaggio proprio la Frediani ci dà la misura con cui Sam Esmail, creatore della serie, sia documentato sulla comunità hacker. Esmail non ha neanche 40 anni, è del 1977, quasi come Nic Pizzolatto, che è del 1975. Entrambi fanno parte di una generazione di scrittori cresciuto con la tv, con la letteratura di genere, e che sta dando prova che si possono tentare vie nuove per abbattere certi stereotipi. Perché alla fine che genere è Mr. Robot? Non è fantascienza, non è un crime vero, ha atmosfere noir ma non lo è, sentimentale no, anche se ci sono delle linee di love…e allora. E’ un new drama, almeno questa è una mia definizione. Perché c’è anche la famiglia, non nel senso tradizionale, ma se lo vedrete fino alla fine capirete quanto sia importante la famiglia in questa serie. C’è la finanza, visto che l’attacco è contro la E-Corp, ribattezzata Evil Corp , cioè l’azienda del male, ci sono i riot in occidente, c’è la ribellione. E c’è la malattia mentale.

Recentemente mi è capitato fra le mani un vecchio libro di Philip K. Dick, uno di quei geni a cui gente come Murakami non potrebbe neanche fare da lettiera per il gatto. Si chiama Follia per sette clan. Dopo la sua pubblicazione negli anni ’60 ci sono voluti quasi 40 anni per rivederlo sugli scaffali e racconta di come alcune lune del sistema solare siano state colonizzate da terrestri con malattie mentali. Dick aveva dei disturbi, è risaputo, eppure ha davvero rivoluzionato la letteratura nel suo rapporto con la malattia mentale, penso alla Trilogia di Valis, ma più semplicemente a Noi Marziani. Il rapporto con la malattia mentale ci spinge inesorabilmente a indagare il nostro rapporto con noi stessi e con gli altri, soprattutto quando noi stessi siamo portatori di alterità senza saperlo. In fondo i social network non sono anche questo, dei moltiplicatori di identità. All’inizio è un gioco, proseguendo un po’ meno. Il mio però non è un punto di vista censorio, anzi io credo che prima o poi anche la psichiatria dovrà farci i conti in maniera diversa. Forse lo sta già facendo, magari qualcuno mi può informare sul tema.
Comunque la serie è uno dei prodotti migliori del 2015 e segna una doppietta per Usa Network che quest’anno aveva realizzato American Crime, bella davvero, e Dig, niente male, ma non a questi livelli. Siamo in attesa della seconda stagione, che ci sarà.

Vi lascio con un’intervista a due dei protagonisti

 

 

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