MotherFatherSon: Richard Gere debutta nelle serie tv

Uno degli attori più conosciuti ed amati di Hollywood decide di debuttare nella serialità televisiva. Lo fa con la HBO o con un altro colosso a stelle e strisce? No, lo fa con la BBC. Ok. Qualcuno già pensa che accanto a lui ci sia la classica fatalona bionda e palestrata. No, c’è Helen Elizabeth McCrory, splendida attrice inglese, molto affascinante, bravissima, pluripremiata e molto conosciuta per i suoi ruoli in Peaky Blinders, The Queen e anche per un ruolo nella saga di Harry Potter. Addirittura! Però lui farà il classico ruolo del buono che alla fine salva tutti e risolve le sorti per il bene del mondo stile Pretty Woman. Ehm…veramente è un personaggio abbastanza insopportabile. Ma chi gliel’ha fatto fare a Gere di fare una cosa del genere?

Una serie che si preannuncia come di forte disturbo

Se lo chiederanno in molti e ne sentirete parlare tanto, perché è una serie che disturberà molto perché va in territori e con modalità che possono dare fastidio per i toni, però dopo le prime puntate, andate in onda su Sky nessuno può negare che sia un’operazione coraggiosa.
Per il suo debutto come protagonista Richard Gere sceglie MotherFatherSon, l’ultima miniserie creata da Tom Rob Smith – ideatore di American Crime Story: L’assassinio di Gianni Versace – incentrata su un intenso dramma familiare i cui fili si intrecciano con i meccanismi del potere politico di una nazione.  Gere iniziò la sua carriera sul piccolo schermo con un piccolo ruolo in Kojack e aveva già fatto capolino con ruoli minori in diverse piccole produzioni, oltre a camei eccezionali come quello in un episodio dei Simpsons, dove i divi una volta sgomitavano per poter partecipare. Accanto a lui ci sono Helen McCrory (lo ripetiamo perché è davvero un’attrice strepitosa) e il giovane Billy Howle (Chesil Beach – Il segreto di una notte). Il resto del cast è composto da Elena Anaya (La pelle che abito), Joseph Mawle (lo zio Benjen de Il Trono di Spade e uno dei protagonisti annunciati del Signore degli Anelli di Amazon), Paul Ready (The Terror), Pippa Bennett-Warner (Gangs of London), Sarah Lancashire (Happy Valley) e la celebre attrice teatrale Sinéad Cusack.

La materia della storia

Max Finch, il personaggio di Gere, è il classico spietato magnate americano originariamente attivo nel settore siderurgico, gentile lascito paterno, che ha poi deciso di dedicare i suoi sforzi ad investire nel selvaggio mondo dei media, prima con l’acquisto di diversi piccoli tabloid e poi, una volta arrivato nel Regno Unito, del National Reporter, una delle testate inglesi più importanti sul mercato. Ad anni di distanza dall’acquisizione, Max è capo incontrastato di un impero mediatico, la cui influenza è divenuta talmente vasta da renderlo in grado di tirare i fili della politica inglese. Come spesso si mostra il successo professionale è costruita sulle rovine della vita privata e, soprattutto, sui corpi della ex moglie Kathryn (McCrory) e del figlio Caden (Howle), erede dell’attività di famiglia. Sono due persone protagoniste di storie travagliate a causa dello stesso comune denominatore, impegnate con le unghie e con i denti in una lotta quotidiana per la sopravvivenza emotiva e personale, specialmente ora che il rapporto con l’ex marito intransigente, glaciale e cinico per l’una e il padre distaccato, esigente e fagocitante per l’altro, si sta drammaticamente riproponendo. Una speranza potrebbe risiedere nel supporto reciproco, sempre che l’ingombrante ombra dell’uomo non abbia oscurato anche questa possibilità. Sullo sfondo ci sono le imminenti elezioni del nuovo primo ministro inglese e un’indagine che sembra avere il potenziale per scuotere le fondamenta stesse dell’impero di Max.

Ottima partenza

Questo è il setup generale della storia della serie e non si tratta di una passeggiata di salute se mi passate il termine, però neanche di qualcosa di così rivoluzionario. Le prime due ore di MotherFatherSon ci raccontano di un dramma familiare solido nella scrittura e nella messa in scena, costruito secondo l’analisi e lo sviluppo narrativo di un triangolo disfunzionale, lontano per diversi anni e ora, suo malgrado, di nuovo costretto ad entrare in contatto dopo un evento tragico. Il tutto inserito in un contesto la cui realizzazione pesca nell’immaginario del thriller psicologico dai risvolti politici, prendendo come spunto narrativo l’ambigua natura della fortuna della famiglia Finch.

I tre punti cardini della miniserie, presi singolarmente, appaiono come un uomo incapace di rapportarsi con gli altri, se non ponendosi in una posizione di potere, per mancanza di empatia o per insicurezza; di una donna per lungo tempo infelice che ora cerca di risollevarsi e rimediare agli  errori commesso in passato e ad un figlio problematico, schiacciato dalla figura paterna e risentito nei confronti di quella materna. La loro storia è raccontata secondo una struttura ben costruita, in modo da alternare una narrazione in presa diretta e un’altra per i fatti passati con un flashaback mai pesante. Il resto riesce a dare un prodotto che sceglie di trattare i suoi protagonisti e le loro vicende giocando su una scrittura molto intima, a tratti compassata, fatta di silenzi assordanti e frasi non dette, salvo poi esplodere in maniera improvvisa, puntando su scelte narrative estreme accompagnate da un’accelerazione corale dei suoi elementi, dalla regia alla recitazione. Il finale del primo episodio alza notevolmente il ritmo della tensione con una scena potente ed inaspettata, avvertimento a chi si aspettava qualcosa più sui binari della tradizione. Un cliffhanger (termine più tecnico e giusto in sceneggiatura rispetto al “colpo di scena”) molto simile è presente anche della seconda puntata, meno forte nell’impatto ma che fa virare verso la parte thriller, finora ancora rimasta in secondo piano, ma probabilmente vera chiave di volta del racconto, pronta a prendersi la scena appena conclusa la rassegna dei meccanismi familiari che legano i protagonisti. I toni poi sono molto forti soprattutto nel mostrare la disfunzionalità relazionale del figlio, soprattutto nel suo rapporto con l’altro sesso sia nelle sequenze ospedaliere che però non posso anticipare per non rischiare lo spoilering, ma credo che alcune critiche saranno rivolte ai toni troppi forti. Siete avvertiti. Comunque l’inizio promette molto bene.

Da Anna Karenina alle altre famiglie disfunzionali delle serie tv

Non solo Anna Karenina ha avuto una famiglia disfunzionale. Le famiglie sono sempre state sia un topic che uno scenario fondamentale per le serie tv anche se magari in maniera particolare. Pensiamo a Walther White, protagonista della tanto amata Breaking Bad e al rapporto con moglie e figlio che spinge un insegnante di chimica a diventare un trafficante di droga. Assolutamente da vedere la famiglia Fisher di Six Feet Under, impresari di pompe funebri ed il legame fra i due fratelli in particolare. Se poi vogliamo parlare della “famiglia” nell’accezione criminale del termine non possiamo non pensare a Tony Soprano e alla serie che racconta le avventure del suo clan mafioso. Altro consiglio è per una famiglia nobile, nel senso di casato, come i Windsor di The Crown che racconta la vita e le vicende della famiglia della tuttora regina d’Inghilterra Elisabetta II. Se poi volete più famiglie guerriere c’è sempre Il trono di Spade con Stark e tutti gli altri clan che animano i sette regni.

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