La linea verticale: ridere del tumore si può e forse si deve

la linea verticale

Si può ridere di un tumore? Si può ridere di una malattia? Si deve!
Me lo ricordo. Seduto sul palco del Maurizio Costanzo Show su uno degli sgabelli o delle sedie che c’erano, me lo ricordo quel ragazzo della Garbatella, era simpatico, spontaneo, anche se aveva uno sguardo malinconico. Uno sguardo che lo ha reso uno degli attori più rappresentativi del panorama italiano, capace di passare dal comico al tragico. Parliamo di Valerio Mastandrea, romano doc, cresciuto nel quartier di fronte al mio, la Garbatella, separati da una grande arteria di traffico della capitale d’Italia. Anche l’età è simile, ci separano un paio d’anni, fra l’altro è nato il giorno di San Valentino, lo stesso di mia madre – ci manca di scoprire che siamo fratelli separati dalla nascita. Abbiamo anche lo stesso amore per i colori, giallorossi, quelli della nostra squadra che ci fanno soffrire e poche volte gioire, ma siamo uomini che fanno scelte difficili (siamo quelli del #maiunagioia).

Adesso è tornato con una una miniserie tv, una di quelle cose che alcuni in Italia chiamano con un termine che a me mette i brividi: fiction. Non l’ho mai detto, ma che senso ha chiamarla finzione? Neanche il cinema è la realtà, eppure cinema è il fratello più nobile, più bello e più bravo. In realtà potrei portare caterve di esempi, specialmente negli ultimi quindici anni, in cui i prodotti televisivi sono stati nettamente superiori a quelli cinematografici, è una questione tecnica, una questione di formati. Alla fine si tratta sempre di raccontare una storia, intrecciata con altre. Stavolta Valerio Mastandrea è un malato che finisce in un reparto oncologico di eccellenza, tra l’altro lo stesso reparto dove era ricoverato Mattia Torre, autore e regista della serie, uno degli autori della serie cult Boris, insieme a Giacomo Ciarrapico e Mattia Vendruscolo. Ma si può raccontare il cancro o il tumore con la commedia, facendo ridere?
In una intervista che ho trovato in rete proprio l’autore definisce la commedia come una “cosa sacra”. Ha ragione, visto che la risata è lo strumento più difficile da usare, da padroneggiare, però è anche quello che sedimenta di più nella testa. La commedia si sviluppa intorno a Luigi (Mastandrea) nel reparto oncologico del Regina Elena di Roma (anche se la serie è girata nel centro di produzione di Napoli) che realmente funziona – ho avuto un amico che ora è fuori e sta bene – un uomo comune che, a parte un breve momento nel racconto, non perde mai la calma. Se avete una certa dimestichezza con le commedie televisive italiane riconoscere anche il grande Giorgio Tirabassi, Paolo Calabresi, il Biascica di Boris, Antonio Catania e molti altri. A completare il cast Greta Scarano, che ora sta diventando più brava e più famosa, dopo Suburra e R.I.S., e Babak Karimi, montatore di origine iraniana.
La linea verticale è un prodotto innovativo per il panorama italiano, proprio per la sua capacità di illustrare la normalità, una parola a cui non siamo abituati nel nostro paese, soprattutto visto che siamo molto prossimi alle elezioni. Eppure la malattia è una cosa normale, tutti, prima o poi, ci ammaleremo, tutti prima o poi avremo esperienze di ospedali, anche solo per una analisi, tutti saremo su un letto con accanto un vicino noioso, che si lamenta, ma anche simpatico. Magari. Colpisce nel profondo l’umanità dei personaggi di questa serie, La Linea Verticale, una commedia dove è l’ironia che trionfa, un registro che ha proprio il gusto della verità.

Nel video che ho postato Mastandrea dice che ora sarà più contento di pagare le tasse perché un’ospedale pubblico lo ha salvato. Mio nonno non ha avuto questa fortuna, ma un’ospedale pubblico ci ha dato altri 5 anni insieme e vi assicuro che non sono pochi. Anzi.

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