#Jesuischarlie? Dipende (Versione Ampliata)

 

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Ho ampliato questo post con un video molto interessante trovato poco dopo la pubblicazione.

Io questo “Dipende” lo difendo fortemente visto che il diritto di scelta è uno dei cardini del pensiero occidentale, mentre uno dei grandi nemici è la generalizzazione e su questa vicenda ne ho sentite tantissime. Sono scosso dalla vicenda che ha portato alla morte di 12 persone dopo che due assassini assaltavano, armati di kalashnikov la sede del settimanale satirico Charlie Hebdo a Parigi. Lo stesso settimanale che aveva pubblicato le famose vignette su Maometto, ma è anche quello che è uscito con questa copertina nel 2012, e che pubblico una vignetta con un soldato francese che aveva un rapporto anale con una capra del Mali, mentre Hollande sbandierava il successo militare. Questo è Charlie Hebdo, questa è la satira. E non solo in Francia.
Nel 1995 il settimanale satirico Cuore uscì con una copertina pesante dopo la morte di Vincenzo Muccioli. Vado a memoria perché in rete non sono riuscito a trovarla, ma credo che fosse o di Staino o di Vauro. Il direttore era Claudio Sabelli Fioretti. La polemica fu devastante, provocando una campagna di stampa contro il settimanale. Se ieri avessero fatto vedere la foto della copertina del Charlie Hebdo con la trinità cristiana impegnata in un menage anale non so quanti se la sarebbero sentita di continuare a gridare Je suis Charlie, l’hashtag che ha riempito tutto il mondo ieri. Perché non possiamo trincerarci sempre dietro l’emotività, anche se stavolta è forte, dobbiamo rimanere lucidi per cercare di capire non quello che sta succedendo, ma da dove viene e dove è possibile che vada. Si è parlato tanto di libertà di espressione, ma anche la libertà di culto fa parte dei famosi e inviolabili diritti civili. Come il diritto di critica.
Oggi Vauro ha pubblicato questa vignetta:
vauroPiaccia o non piaccia è satira, dipende dal proprio gusto, dipende da tanti fattori che fanno l’identità di una persona. Alcuni hanno criticato aspramente il disegno, dicendo che non era satira. Il classico atteggiamento da censori che non sta bene con una maglietta con sopra #JesuisCharlie, eppure ci sono. Come Belusconi che parla di attacco all’Occidente e non ricorda il suo “editto bulgaro“. Per non parlare di Salvini, che ha fatto il suo show ricorrendo al suo repertorio classico del Nemico in casa e dello Stop Invasione. Lasciamo stare perché in realtà non sono loro ad essere stati colpiti. Siamo noi. Noi che cercavamo le vignette di Wolinski, noi che la parola tolleranza va bene fino a un certo punto, perché vorremmo una società più aperta e paritaria, noi che quando sentiamo la notizia degli sbarchi dei migranti pensiamo alle loro storie. Noi, con tutti i nostri difetti e con tutti le nostre contraddizioni, noi che una volta ci chiamavamo di sinistra e oggi non sappiamo più dov’è questa parola, però non smettiamo di cercarlo quel senso. Non sono gli intolleranti i più colpiti e minacciati, siamo noi, che dovremmo misurarci in futuro fra i fondamentalisti e gli ammiratori della Le Pen e di Salvini. Noi che quando vediamo un musulmano vediamo una persona, un po’ come questa vignetta di Khalid Albaih, disegnatore sudanese trovata qui (uno speciale di editoria araba che ne raccolte alcune):

khalid

 

“Il Giornale” ha fatto un titolo pesante: “Questo è l’Islam“. Ma neanche per idea! Ieri molti giornalisti e non solo italiani hanno passato ore a ricostruire l’identità di Charlie Hebdo come giornale islamofobo, detto anche a Sky tg24 da Marcelle Padovani, giornalista francese autrice del libro intervista a Falcone. Un’operazione che viene da lontano, da una campagna di stampa contro l’Islam, mascherata dall’essere contro l’Isis e il Califfato, mentre ha come obiettivo servire l’ennesima soluzione facile. Un po’ come quando l’Occidente si schiera contro Assad in Siria, dopo una lunghissima storia di amicizia e scambi, anche di armi, e poi ne chiede l’appoggio per i raid contro il Califfato. Il relativismo non è ambivalenza.
Ora dicono no alla “religione dei violenti” e poi fanno accordi e affari con chi usa e propugna la violenza come stile di vita e metodo di governo. Non è l’Islam il problema, come non è la Cina, o qualunque idea o movimento. Il problema per me è l’essere integralisti e anche ambivalenti, anzi ambigui e ipocriti.
« Ogni cultura ha il suo proprio criterio, la cui validità comincia e finisce con esso. Non vi è alcuna morale umana universale » scriveva Spengler, uno dei massimi teorici del relativismo, tutto cambia ed è sempre in mutazione.
Fra le cose pessime lette in queste ore c’è un editoriale di Ezio Mauro, direttore di Repubblica. Colpisce l’insensatezza dei ragionamenti e la memoria cortissima. Si richiama al distacco dell’Islam moderato, brutta espressione, ma chi mi concedo per facilità di ragionamento. Quell’Islam ha risposto molte volte in queste circostanze, ma quanto spazio è stato dato dai media occidentali? Poco o niente. Ieri ho letto gente che chiedeva la messa al bando dell’Islam, l’Olocausto dell’Islam e l’abolizione delle religioni. Follie. Nessuno ricorda gli antiabortisti che facevano saltare le cliniche mediche negli Stati Uniti? La libertà è minacciata ovunque, ma da moltissimi, tutti quelli che vogliano usare la paura come strumento di controllo. Certo che la satira fa paura per questa capacità di essere radicale e dura, ma allora ricordiamo come fu accolto Il Grande Dittatore di Chaplin. Il problema è che cercare e costruire il nemico è una strategia comoda che paga, soprattutto se hai i mezzi, mentre il pensiero e la critica costano fatica, soprattutto in tempi difficili dove la complessità e l’entropia crescono.
Io sono Charlie coi francesi ieri a Place de la Republique, ma con chi continua a usare il termine guerra, non con chi vuole sostituire quella violenza con altra violenza, la soluzione non è votarsi all’assassino migliore. Una cosa intelligente l’ha scritto un mio concittadino, Ascanio Celestini, che dal suo blog su Il fatto quotidiano dice:
La storia ci ricorda che gli avvenimenti sono soltanto la punta visibile di un iceberg che si scopre solo col tempo e con lo studio. Dunque: qual’è l’iceberg che sta sotto ad un attentato come questo? Cerchiamo di scoprirlo iniziando col porci un’altra domanda: a chi serve questa guerra?
A noi questa guerra non serve, all’Islam neanche. Almeno di questo sono sicuro.

P.S. Ho trovato questo video sulla bacheca di Facebook di un amico. E’ un’intervista durante la diretta della CNN ieri a Reza Aslan, americano di origine iraniana, musulmano, professore di Scrittura Creativa e ricercatore di Studi Religiosi presso l’università di Riverside in California. Aslan è anche membro dell’American Academy for Religion. E’ stato chiamato dalla CNN a rispondere su un tema: L’Islam promuove la violenza? La lucidità di quest’uomo ha disarmato i due della rete all news americana, mettendo in risalto come non esista un unico Islam e come tutti i paesi islamici siano differenti. Certo l’accanimento dei due giornalisti era quasi lodevole, ma c’è differenza fra Indonesia, Turchia e Arabia Saudita. Ricordiamocelo anche noi. Aslan è autore di No god but God: The Origins, Evolution and Future of Islam e Gesù il ribelle.

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