Gomorra e la tv battè il cinema

Gomorra – La serie è finita, ma non è finita. Diciamolo subito, abbiamo visto la serie tv dell’anno e la cosa che davvero particolare, per non scomodare aggettivi come “assurda”, ed è italiana. Non significa che il nostro sistema produttivo stia bene o faccia tutti prodotti eccellenti, però ricordiamo che nessuno avrebbe scommesso sulla Danimarca qualche anno fa, eppure gli americani continuano a comprare i diritti delle loro serie per realizzare le versioni da mandare per il pubblico del loro paese e del resto del mondo. Gomorra ha avuto anche una versione cinematografica, dove il film di Matteo Garrone cercava, meglio tentava, di ripercorrere le vicende di un libro, molto più reportage che romanzo, in maniera a mio avviso disordinata e senza ottenere un risultato non omogeneo e che viveva di qualche sequenza riuscita, come il folgorante inizio. Vista la materia narrativa era legittimo aspettarsi qualcosa di diverso. Cosa in cui è riuscita Sky, tramite un enorme lavoro di scrittura, davvero notevole nella costruzione dei personaggi e nella ricostruzione delle vicende, più un bel lavoro di regia e del reparto tecnico. Sarebbe bello pensare che nel nostro paese si stiano gettando le basi di una catena produttiva di tipo nuovo. Difficilmente in Italia abbiamo visto una fotografia del genere negli ultimi 25 anni di fiction, ma anche di cinema. Vedendolo, e rivedendolo, cosa obbligata per gli addetti ai lavori, si riesce a vedere qualcosa di nuovo, anche se e solo una speranza, o la speranza di un’avanguardia, che finalmente in Italia si riescano a fare prodotti televisivi importanti, che siano d’impulso a rinnovare il settore. Il fatto che sia stato venduto a oltre 50 paesi è un segnale eccellente.

Gomorra vince anche per delle evidenze che non si trovano in altri prodotti televisivi ed è la gestione dei cattivi, dei villain, elementi imprescindibili di qualsiasi narrazioni. Non stiamo parlando dei soliti disperati, anzi la produzione anglosassone e nord-europea evidenziano come il villain oggi sia veramente un archetipo principale.Le riflessioni più belle e interessanti intorno a questo tema e alla serie le ho condivise con Mita Borgogno e a Giovanni Scrofani. Siamo arrivati tutti alla conclusione che Gomorra non parla di Napoli, nonostante tutto, nonostante quello che avete letto e sentito, Gomorra racconta il male.
In Gomorra la Serie si respira la verità, come la si può conoscere nelle aule di tribunale. Una verità sporca, indigesta, in cui lo Stato è qualcosa di marginale e irrilevante, in cui la vita criminale è una sorta di feroce “capitalismo con altri mezzi”, in cui l’economia legale è un momento di un più ampio inquietante contesto.
Scrive bene Scrofani qui, perché in Gomorra non ci sono eroi, ma non ci sono neanche anti-eroi, non c’è immedesimazione col cattivo, ci possono essere al limite delle “simpatie mobili” funzionali alla crescita di un personaggio o dell’azione narrativa. Si solidarizza con le vittime, ma le vittime sul serio, quelle che uscirono dalle cronache dei giornali e dalle pagine del libro di Saviano. Non c’è un Frank Underwood, il protagonista di House Of Cards, neanche un Vic Mackey, il poliziotto ultracorrotto di The Shield e ne tanto meno il Prof. White di Breaking Bad. Esempio di questa procedura sono i personaggi principali. La minima commozione per la morte di Donna Imma non supera lo stupore della sorpresa, la simpatia per Ciro Immortale dura solo le sequenze per la sopravvivenza della moglie e della figlia, ma subito ci si ricorda che quel pericolo è frutto di tradimento e della sua sete di potere, Genny, che compie un excursus spettacolare passando da figlio di papa’ camorrista a scissionista, per finire con Don Pietro, che finge di essere un uomo anche fisicamente al tramonto per poi fuggire dal carcere. Non c’è alla fine simpatia per il male, nonostante non siano presenti in Gomorra esempi di facile moralismo, è la stessa cronaca a ricordare chi sono questi personaggi.

E’ stato evocato il pericolo di immedesimazione, uno spettro che ritorna sempre, da La Piovra con Michele Placido. Ma qui non siamo in Usa, dove Coppola ne la saga de Il Padrino dipinge un affresco su un contropotere, oppure in Scarface, il supercriminale che vive al limite, ogni minuto o istante come fosse l’ultimo. Qui i criminali non fanno una bella vita, anzi piuttosto misera, sempre pronti a guardarsi le spalle e a non fidarsi di nessuno. Neanche il versante dei colletti bianchi vive meglio, pronto in acrobazie finanziarie e anche a schiantarsi al suolo per evitare lo sterminio della famiglia. Davvero c’è il rischio di emulazione guardando questa serie tv? Forse ci si dovrebbe interrogare su chi entra nella manovalanza criminale per eccesso di disperazione o mancanza di alternativa, ma sto divagando. Quello che abbiamo visto è come la televisione abbia raccontato una parte, pesante e importante, di questo paese che il cinema non è riuscito a fare.

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