Fargo – Oltre il media franchise

A Giugno avevo scritto qualcosa su Fargo, la serie tv tratta dal film dei fratelli Cohen, poi non sono tornato sull’argomento.
Era così: “Del film è rimasto lo spirito, che sia fatto delle location, di un certo surrealismo nella scrittura, anche nell’uso della violenza e anche nel protagonista, attore icona dei Cohen, anche se assente nel film, cioè Billy Bob Thorthon. Interpreta un contract killer incredibile, pronto in ogni momento a risolvere qualsiasi problema. Accanto a lui un ottimo Martin Freeman, il dottor Watson nell’ultimo Sherlock della BBC. Siamo sempre nei dintorni di Fargo, fra il Minnesota e North Dakota, fra neve e laghi ghiacciati, dove tutto sembra, “apparentemente”, calmo, ma in realtà inizia una catena di omicidi per puro caso, che solo un anno dopo verrà risolto, e sempre per puro caso”.
Non basta!
Ci ritorno con l’occasione della messa in onda di questa serie da parte di Sky Atlantic, che non è solo consigliata, ma dovrebbe essere d’obbligo se vi piacciono le serie tv. E’ uno dei prodotti migliori dell’anno, se non il migliore, ma devo ancora decidere. Certamente una serie come Fargo doveva tener conto del film, della sua ispirazione, del suo punto di partenza, giusto? No, perché Fargo in realtà non si ispira al film, ma ne è la sua estensione. I due fratelli sono stati coinvolti nello sviluppo narrativo della serie e non poteva essere altrimenti, lavorando così a stretto contatto con gruppo scrittura capitanato da Noah Hawley, scrittore con al suo attivo il successo di Bones. Ci voleva una produzione forte e consapevole, FX è uno di quei canali che quando fa qualcosa lo fa lasciando il segno, basta guardare The Strain, serie di quest’anno sui vampiri scritta da Benicio Del Toro e Chuck Hogan, che hanno scritto anche la trilogia letteraria. Sono partiti studiando gli elementi che potevano rendere simile, ma non uguale la serie, quindi gli ambienti, siamo nel Nord Dakota e non nel Minnesota, ma sempre in mezzo alla neve. I personaggi hanno caratteristiche simili, ma non solo all’universo del film, bensì a tutto quello dei Cohen. Martin Freeman che interpreta Lester Nygard ricorda Jerry Lundergaard, interpretato da William H. Macy, ma Lorne Malvo, Billy Bob Thorton, è molto più somigliante a Chigurh di Non è un paese per vecchi, che era Javier Bardem. Altro esempio, l’allenatore della palestra non c’è nel film, ma c’è in Burn After Reading interpretato da Brad Pitt. Anche qui in questo meccanismo ci sono delle variazioni che arricchiscono e non fanno gridare alla copia.

Divago un attimo.C’è un’altra influenza. Quasi di ritorno. Ho sempre pensato che  Vince Gillighan, creatore di Breaking Bad fosse un amante di Fargo. Ho letto un’intervista in cui lo afferma chiaramente. Però qui c’è l’Influenza delle storie di Walter White, ad esempio nell’uso di luoghi di confine e di panorami estremi, il deserto del New Mexico paragonati al lago ghiacciato e alle scene con la tormenta di neve. Anche il fatto che nel cast ci sia Bob Odenkirk, cioè l’avvocato Saul Goodman di Breaking Bad, potrebbe darmi ragione. Non solo. Guardate la prima parte di questo video.

Per chiudere il nostro discorso, siamo di fronte ad un media franchise, cioè alla creazione di un brand forte per contenuti audiovisivi? Solo parzialmente. Quando ci fu la premiere il Guardian scrisse che non era tv era cinema. Penso che siamo finalmente di fronte a qualcosa che elimina qualsiasi distinzione nell’universo dei media riguardo una storia, come in parte è riuscito a Matrix tramite i film e i videogames. Penso che Noah Hawley e i Cohen riusciranno a far comprendere che non possiamo più nasconderci dietro la parola “autore” per un discorso sulla qualità e che tutto merita rispetto, anche un fotoromanzo.

Detto questo Fargo è bellissimo. In qualunque versione.

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