Dario Brunori: parole e musica

Dario Brunori

 

Recentemente ho avuto la possibilità di intervistare Dario Brunori, meglio noto al pubblico con lo pseudonimo Brunori S.a.S. , nome mutuato dalla ditta dei suoi genitori, se non ricordo male si occupa di legname o di edilizia. Ho letto da qualche parte che sarebbe uno pseudonimo, suo e personale, in realtà si tratta del nome del gruppo, un’ensemble che lui non scorda mai di nominare, con il suo “socio storico” Dario Della Rossa, pianista diplomato al conservatorio, e tutti gli altri. E’ una “piccola impresa”, come la sempre definita lui, eppure c’è qualcosa di forte e profondo nel suo suono e nelle sue parole, una densità che si rivela sempre di più ogni volta che si ascolta, anzi si riascolta, perchè ascoltare la SaS è come chiacchierare con un amico a tarda notte.

La foto che ho messo in testa secondo me rappresenta molto bene Dario, con la sua risata e il suo sguardo sul mondo, un mix fra un quarantenne e un bambino. C’è anche il video di Guardia 82, contenuto nel suo primo disco, Vol. 1, che si aggiudicò Targa Tenco e Premio Tenco come miglior esordio fra il 2009 e il 2010. Un disco che io mi ritrovai fisso nello stereo della macchina, regalo della mia storica fidanzata – che c’è ancora – come c’è ancora la musica della Brunori SaS. Dario è cresciuto, come musicista insieme alla sua S.a.S., ma anche come autore, lo si sente ripassando i suoi dischi. Ora non è solo un fenomeno calabrese – come qualcuno aveva non senza una punta di cattiveria – ma come un grande cantautore, anzi come dicono alcuni come il nuovo tipo di cantautore.

 

Tu hai detto che in questo disco hai abbandonato “l’isoletta felice delle tue vicende private”, credi sia la chiave di lettura del tuo successo?

«Si può leggere anche in questo modo, io sentivo il bisogno di guardarmi intorno, subito dopo il disco precedente (Il cammino di Santiago in taxi, ndr) avevo voglia di raccontare delle storie che sentivo e vedevo intorno a me e anche di scrivere delle opinioni in maniera diversa, di uscire anche dalla banalità di cose che leggiamo e vediamo. Soprattutto volevo anche parlare di me, così sono venute fuori anche le mie paure».

Il tema della paura, infatti, è diffuso nel disco, non pensi che la paura ci impedisca di vivere in maniera completa?

«Con la paura bisogna farci i conti, con quelle dell’attualità e con quelle personali. A me sembra che il vero scopo del terrorismo sia riuscire a essere presenti sui media in maniera forte e di spaventare chiunque senta la notizia. Recentemente ho letto un articolo su Le Monde dove il giornalista si interrogava proprio su come va raccontato il terrorismo, altrimenti si amplifica molto l’effetto. Riguardo le paure personali, quelle ci sono, io ho quarant’anni e certo cose me lo chiedo e poi non sono avvezzo ai cambiamenti anche se poi li affronto».

Un cambiamento è quello che si avverte nel vostro sound, è frutto di una scelta o un’evoluzione naturale?

«Entrambe. Noi siamo musicisti con un background diverso, c’è chi viene dal jazz, chi dal pop, io vengo dalla forma canzone, alla fine sono contento che tutte queste influenze si mescolino e si fondano insieme, il sound ne esce arricchito, come sottolineavi, e questo aiuta il testo».

Quali sono state le influenze musicali più forti in questo disco?

«Le cose che ho ascoltato di più mentre componevo e poi anche in fase di registrazione sono state sicuramente Morning Phase di Beck, musicista che amo molto e che riesce a fare folk in maniera del tutto diversa da tutti gli altri, e poi gli Small Faces, anche loro riescono a mescolare il folk semplice con una forte componente psichedelica, una cosa che mi piace».

Ci fermiamo un po’ per chiacchierare di Beck, degli Small Faces e dei Calexico con il loro rock-folk tex-mex molto interessante. Poi gli chiedo di Taketo Gohara, un giapponese a Milano, formatosi con Mauro Pagani e che lo consigliò a Vinicio Capossela per Ovunque Proteggi. Sempre lui lo volle anche per Canzoni della Cupa.

Come ti sei trovato a lavorare con un produttore come Taketo Gohara?

«Taketo ha lavorato con noi anche nell’altro disco, quello precedente, certo stavolta c’è stato in tutte le fasi. Io con lui mi trovo molto bene, penso che il suo contributo si senta sempre, non ci sono tanti produttori musicali di questo livello, riesce ad aggiungere sempre qualcosa di diverso e a tirare fuori il meglio da te».

Parliamo di alcune canzoni. “Colpo di pistola” sembra ripercorrere l’odioso tema del femminicidio.

«Sì, è un tema importante e non volevo scriverla in maniera banale, per cui mi sono messo dalla parte del lui carnefice, un po’ come le Murder Ballads di Nick Cave. Non intendo giustificarlo, assolutamente, ma offrire un punto di vista differente all’interno della narrazione».

C’è un verso ne “La Verità” che dice “Non riesci a dimenticare quelle cose a cui neanche credi di più”. Quali sono invece le cose in cui credi ancora?

«Alla fine sono quelle semplici che ti accompagnano nella vita, io sono un pantofolaio, anche visto il mestiere che faccio sono sempre in giro, ma proprio per questo alla fine i miei riferimenti sono quelli classici quelli di una persona comune, senza grandi aspirazioni da intellettuale».

Mi sembra un disco molto stratificato nei testi e nei suoni, c’è sempre qualcosa in più che si rivela in ogni ascolto. Anche nella tracklist si passa da Don Abbondio a Un costume da torero. È una mia impressione oppure è qualcosa di voluto?

«Ho studiato molto, anche per la tracklist, ho voluto creato un ordine mio che riuscisse a rendere al massimo le intenzioni del lavoro. È tutto voluto».

Allora, il programma televisivo si fa? Ho letto che sarà sulle storie, è vero?

«Si farà, partirà all’inizio del prossimo anno, ma non posso dirti di più. Penso che è la prima volta nella mia carriera che ho una cosa che devo tenere segreta».

Con questo abbiamo finito, è stato un dialogo di un’ora, dove ci siamo scambiati informazioni. Sono convinto che il programma televisivo, Dario ne ha le capacità, sia per la forte ironia, vista sul palco quando fece un recital dopo il tour di Il cammino di Santiago in taxi, un gran disco. La sua crescita sta anche nel coraggio di affrontare temi difficili, ma in maniera personale.
In bocca al lupo e complimenti.

 

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