The English Game: quando il calcio era un gioco per gentiluomini e padroni

Il calcio: una passione nata per i ricchi

The English Game

In un momento difficile come questo non possiamo uscire per la pandemia, vengono meno dei rituali che scandivano le nostre vite. Alcuni erano legati al calcio. Una volta era il guardare la rassegna dei goal la domenica sera, prima che il campionato diventasse lo spezzatino che è oggi, oppure la colazione del lunedì mattina con tutti che commentavano i risultati con la colonna sonora fatta dal frusciare del quotidiano sportivo appoggiato sul frigo dei gelati, dalla macchina del caffè che faceva espressi e cappuccini e dal tintinnio dei cucchiaini. Poi come in un’orchestra c’erano assoli fatti di “era fuorigioco” oppure “l’ha sdraiato, rigore netto”, con il sottofondo di “ma che dici” che contrastavano con i vari “ladri”. Il calcio accende le passioni di uomini e donne. Osvaldo Soriano, scrittore argentino, nel suo meraviglioso “Pensare con i piedi” – che vi consiglio – scrive: “Il calcio ha le sue ragioni misteriose che la ragione non conosce”. Chi lo sapeva benissimo era un grande narratore del calcio, e del ciclismo, come Gianni Mura, purtroppo scomparso la scorsa settimana dopo una lunga malattia. A lui dedico questa puntata di Percorsi Seriali, a lui che davvero sapevo far amare qualcosa del genere anche se era lontanissimo da te. Eppure il calcio ha infiammato e infiamma popoli interi in ogni angolo del mondo. Lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano ricordava che “Ci sono alcuni paesi e villaggi del Brasile che non hanno una chiesa, ma non ne esiste neanche uno senza un campo di calcio”. Vero che in Sudamerica il calcio è amatissimo, ma non di meno in Europa, o in Asia e nel resto del mondo. Il calcio oramai ha colonizzato il mondo riuscendo in qualcosa in cui nessun’altra ideologia, condottiero o paese ha sempre fallito. Continua a leggere

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Zero Zero Zero: la droga corre come i virus

Zero, Zero, Zero: La droga è un virus, oppure il virus è una droga?

Ogni tempo, ogni luogo, ha un suo tempo ed una sua velocità. Lo stiamo imparando molto bene in questo periodo in cui il Covid-19, il coronavirus del momento che sta colpendo il mondo, e ci sta dando una nuova dimensione del tempo e dello spazio. Perchè il virus non conosce muri, né frontiere. C’è un’altra cosa che non conosce frontiere e muri: la droga. Nonostante i dati più recenti dimostrino che in Italia non esiste un’emergenza criminale – l’Istat registra oltre 500.000 crimini in meno negli ultimi cinque anni rispetto al quinquennio precedente – c’è invece un’emergenza che riguarda il consumo delle droghe sempre più alto. L’età del consumo, inoltre, si abbassa sempre di più. Recentemente mi è capitato di leggere un dossier che parla di bambini di otto anni che iniziano a sniffare colla per poi passare a cocaina e pasticche. Si, parliamo di bambini. Se vi chiedete dove trovano i soldi allora siete rimasti ad un’immagine molto vecchia della cocaina come droga dei ricchi, mentre oggi è un prodotto di basso livello sempre più economico, riempito di additivi chimici che la rendono ancora più pericolosa per i consumatori. Un’espansione che avviene in un regime di totale proibizionismo delle droghe. Questa introduzione è necessaria per parlare di Zero, Zero, Zero la serie tv in onda su Sky, una grande coproduzione internazionale, fra cui l’Italia ha un posto di primo piano, tratta dal libro-inchiesta di Roberto Saviano. Un prodotto narrativo fortemente ambizioso, che racconta una consistente parte dell’economia criminale del mondo, molto diverso da Gomorra, che nasceva anch’essa da un libro di Saviano, e da Suburra, che avevano  dimensioni più metropolitane e legata alla criminalità di un contesto geografico chiaramente più definito. Qui il campo da gioco è il mondo intero e gli steccati ed i confini sono saltati. Sono i soldi a parlare in ogni settore sociale, in ogni lingua, in ogni paese. Continua a leggere

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Hunters: Come fai a non odiare i nazisti?

HUNTERS: Questione di Storia e di Storie

Nel bel thriller Yeruldelgger, Morte nella steppa, scritto dall’autore francese d’origine armena, Ian Manook (non lo conoscevo e devo ringraziare gli amici di Twitter @Superetero e @MenorraPiccicud per averlo portato alla mia attenzione),  ad un certo punto proprio il commissario Yeruldegger parlando con la sua sottoposta l’agenda Oyun, si chiede come lì in Mongolia, ci possa essere un gruppo neonazista che inneggia a Hitler, dopo i 6 milioni di morti dell’olocausto. L’agente gli dice perchè quella non è la nostra storia, non lo conosciamo, ma quei morti non valgono meno dei 40 milioni del regime staliniano e dei cento di quello di Mao, o del milione morto nel recente genocidio del Ruanda fra Hutu e Tutsi. Quanti olocausti ci sono stati? Di quanti massacri la storia è composta? Questa breve premessa mi serve per introdurre la serie di cui voglio parlarvi questa settimana, Hunters, in onda su Amazon Prime, che ha nel suo cast un big come Al Pacino nel ruolo del co-protagonista. Continua a leggere

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The Outsider: King è sempre il re del brivido

Un universo di nome KING

Libri, film, fumetti, serie televisive e quant’altro sono linguaggi espressivi. Meglio ancora, sono sistemi di linguaggi espressivi diversi. Che vuol dire? Che la stessa cosa, la stessa narrazione non potrà mai essere uguale a seconda di come si scelga di raccontare. Però i grandi narratori riescono a creare delle situazioni, degli “oggetti” che hanno una capacità di adattamento meravigliosa e che non attirano tanti appassionati e tanti pubblici diversi. Non sono tanti, ma uno di questi è sicuramente Stephen King, lo scrittore americano di Portland, che ha la capacità di creare ambientazione e trame di grande interesse e portate per gli adattamenti. Un vero grande maestro del brivido, da alcuni definito il Tolstoj di serie B – purtroppo in Italia c’è anche ancora uno snobismo stucchevole verso chi scrive opere di genere – che ha fatto nascere personaggi e narrazioni immortali, come Carrie, Shining, IT, il ciclo della Torre Nera e molte altre. Pensate che King ha al suo attivo circa 80 opere, comprese quelle realizzate con lo pseudonimo di Richard Bachman. Continua a leggere

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Picard è tornato: Attivare!

Ci sono uomini che entrano dalla porta principale del nostro immaginario urlando e strepitando, spesso come sono entrati se ne vanno senza colpo ferire. Ce ne sono alcuni invece che entrano piano, in sottofondo e credo che siano presenze di passaggio, che non lasceranno tracce e che alla fine ti scorderai di loro. Invece il tempo passa e loro restano con te, ti fanno compagnia, i loro modi di fare sono diventati non solo accettabili, ma sempre più piacevoli, a volte addirittura materia su cui scherzare e ti ritrovare a dire a chi guida l’auto accanto a te “Attivare” invece di “Vai” credendo di essere lui, Jean Luc Picard, il capitano di Star Trek – The Next Generation. E’ tornato con una serie che non poteva che chiamarsi in un modo: Picard! Continua a leggere

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