Addio Newsroom, mancherai

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Ieri ho visto l’ultima puntata di The Newsroom, l’ultima della sua terza stagione, l’ultima in assoluto, perché la serie chiude ed è un peccato, ma chiude bene. Mi piace l’idea di tornare a scrivere dopo circa una mese di assenza prima col post di ieri sul genio e l’amore e oggi su una serie tv che mi è piaciuta molto. Perché Aaron Sorkin è uno di quegli sceneggiatori che lavora bene e la cui impronta si sente. soprattutto nel tempo. Un ebreo newyorchese che ha studiato e che anche nel cinema sta facendo bene. Dopo l’esordio con Codice d’onore però bisogna aspettare qualche anno prima che infili una striscia come Nemico Pubblico, il miglior film di Tony Scott, La guerra di Charlie Wilson, sottovalutato in Italia, The Social Network e Moneyball (L’arte di vincere). Una b bella parabola che segue anche l’andamento di Newsroom.
Tre stagioni, per me buone tutte e tre, ma la migliore è proprio l’ultima. Newsroom racconta la vita di un network d’informazione negli Stati Uniti, la sua particolarità era quella di far vedere come si realizza l’informazione televisiva su fatti realmente accaduti, dalla morte di Osama Bin Laden al disastro ecologico della BP nel golfo del Messico, da occupy Wall Street alla bomba alla maratona di Boston. Fatti reali e sviluppati da quel famoso e ammirato giornalismo americano. Aggiungete lo scontro fra giornalismo e giornalismo digitale, che andrebbe diviso fra citizen journalism e digital peracottari – divisione che esiste sul serio – e capirete quali sono gli ingredienti di questa serie.

Se la prima stagione resta, forse, troppo sui meccanismi dell’informazione, approfondendo solo in alcuni casi i personaggi, come su Will McAvoy e la produttrice McKenzie, la seconda e la terza migliorano su questo aspetto in maniera decisa, riuscendo a coniugare lo sviluppo delle news con quello delle relazioni personali. Non ci sono solo news, perché la serie offre anche squarci su come funzionano le istituzioni in Usa, dal gran giurì alle elezioni di medio termine, riuscendo a scardinare anche dei luoghi comuni.

E’ una grande ellisse quella che parte dalla primissima puntata della prima stagione, forse una delle migliori mai viste, con l’intervento di McAvoy alla Northwestern University dove afferma che gli Usa non sono più il miglior paese del mondo, fino al funerale di Charlie Skinner, Sam Waterstone che per anni ha imperversato negli schermi italiani come il procuratorie McCoy di Law&Order, dove si fanno vedere sequenze prequel di quella puntata. Una sorta di recap dove tutto si lega e si sa che loro, questi cavalieri dell’informazione continueranno la loro missione che è quella di fare del buon giornalismo.

C’è lo scontro con il digitale, ma se all’inizio sembra senza quartiere, senza possibilità di essere preso in considerazione, alla fine viene mostrata una differenza. Sorkin è un liberal, si evince pienamente dalla serie, uno che crede al professionismo, mentre fiuta il pericolo nel mondo delle app. La critica che viene mossa proprio ad una mobile app, che è di proprietà del nuovo editore del network è chiara. Si tratta di un modo per mettere sulla mappa gli avvistamenti dei vip, mettendo sull’avviso fan e paparazzi, ma anche possibili stalker e maniaci. Quando Neal Sampat, Dev Patel di Slumdog Millionaire, responsabile dei media digitali e trovi i suoi sostituti intenti a stilare la classifica dei film più sopravvalutati, lui manda in manutenzione il sito e gli suggerisce di fare quella dei film più sottovalutati. E’ un cambio di direzione che dovrebbe far riflettere sull’uso che si fa dei media digitali anche a casa nostra.

A me mancherà Newsroom, soprattutto per la qualità dei dialoghi, oltre che per i suoi personaggi, per me questa stagione è sicuramente fra i migliori titoli del 2014. So che Sorkin sta lavorando alla pre-produzione di un nuovo film su Steve Jobs, tratto dalla biografia del fondatore della Apple con Danny Boyle alla regia, Micheal Fassbender nella parte di Jobs e Seth Rogen nei panni di Wozniak. Già m’incuriosisce.

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