Chromecast è mass market

Chromecast è mass market

La notizia è arrivata in maniera forte: Chromecast è una chiavetta, un dongle, da attaccare alla vostra tv, che monta una versione modificata di Chrome OS e vi permette di vedere i contenuti, soprattutto in streaming, dai vostri device direttamente sulla vostra tv. Basta collegarlo nello slot HDMI, se presente, del vostro televisore e potrete vedere tutto quello che gira sul tablet, smartphone e altro.

Il primo fattore d'interesse è il prezzo, solo 35$, anche se significa la rinuncia di Google alla smart Tv, una sfida che ora vede Apple, con il suo setup box contro i televisori Samsung. Però quello con Chromecast è sempre il vostro televisore e non una smart tv, che è tutta un'altra cosa, per esempio non avrete delle applicazioni social dedicate, ma continuerete a twittare sui vostri programma direttamente dalle applicazioni classiche.

 

Altro punto forte è la praticità: dimensioni ridotte e soprattutto cross-piattaforma, anche Apple infatti, cosa che porta di nuovo alla ribalta i ragazzi di Mozilla, e potrebbe anche andare bene nel nostro paese, visto anche il basso investimento e la dotazione tecnologica necessaria. Purtroppo ancora non è disponibile in Italia, ma secondo me ci potrebbero puntare (potrebbe anche favorire l'arrivo di Netflix da noi). Inoltre avrà un SDK dedicato che permetterà ad altre applicazioni di svilupparsi per essere proiettate sul televisore.

 

Queste le prime impressioni per un prodotto che non c'entra nulla con l'innovazione come viene intesa, cioè con i lazzi del design e dei keynote più stilosi, ma sicuramente con il mass-market, quello a cui sta puntando Google e altri operatori. Mi viene quasi voglia di scommetterci.

Arriva il Wild Fi

Arriva il Wild Fi

Il WiFi pubblico torna ad essere libero!
Che cosa sia poi il wifi pubblico in Italia non è molto chiaro, comunque dopo le fosche previsioni sui possibili scenari, ieri sera la Commissione Bilancio della Camera ha modificato il testo, ancora una volta, concludendo che gli obblighi su ip e server non sono da considerare nel caso l'offerente non abbia in quell'offerta un'attività principale. Tradotto vuol dire che il bar o il locale dove prendiamo l'aperitivo ci daranno ancora connettività per twittare e mettere le nostre foto su Instagram.

Quindii w la libertà? Costosa, visto che l'operazione si è tramutata in un taglia di risorse del fondo per l'eliminazione del digital divide, 20 mln in meno dai 150 stanziati. Comunque l'articolo sotto accusa è stato riformulato in questo modo:

L’offerta di accesso alla rete internet al pubblico tramite rete WIFI non richiede l’identificazione personale degli utilizzatori. Quando l’offerta di accesso non costituisce l’attività commerciale prevalente del gestore del servizio, non trovano applicazione l’articolo 25 del codice delle comunicazioni elettroniche di cui al decreto legislativo 1° gennaio 2003, n.259 e successive modificazioni, e l’articolo 7 del decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2005, n. 155, e successive modificazioni

E' stata cancellata tutta la parte relativa all'obbligo di tracciare il Mac Address associandolo all'indirizzo IP in uno speciale registro, Il gestore adesso non è tenuto più ad alcun obbligo né a conservare dati dell'utente, e quindi questa scelta risponde alle richieste anche del Garante della Privacy. L'obbligo di identificazione era già decaduto nel 2011 insieme con il decreto Pisanu, ma tutto è rimasto sospeso perché era necessaria una norma che facesse chiarezza sugli obblighi per gli esercenti dei locali pubblici, come ad esempio il dover segnalare il proprio hot spot Wifi alla Questura.

Comunque a questo punto siamo sempre nelle medesime condizioni, con un assalto alla diligenza, dove vedrete gente con gli smartphone messa nelle pose più plastiche per avere una briciola di connettività in più (come se davvero servisse a qualcosa).

La TV non è morta. Netflix e gli Emmy

La TV non è morta. Netflix e gli Emmy

House of Cards, con Kevin Spacey, prodotta da Netflix, prende 13 nominations agli Emmy Awards.

L’avete sentito tutti qualche volta: la tv è morta, adesso c’è la rete, solo i vecchi guardano certe cose, ecc. Non è andata così. Se c’è qualcosa che ha aiutato la tv è stato sicuramente l’elemento social, twitter in primis. La televisione è cambiata, ma lo schermo è rimasto, anzi è tornato più forte che mai in un connubio che mette la narrazione al primo posto, non prendete questo per una situazione che va dal generale al particolare, soprattutto perché l’offerta nel mondo è veramente variegata anche all’interno di ogni paese.

Sono uscite le nomination degli Emmy Awards 2013. Leggo articoli che parlano della grande sorpresa dell’anno, 13 nomination per House Of Cards. Per me la sorpresa sono le 15 de Il trono di spade, visto che, e lo dico da lettore dei libri di R.R.Martin, la terza stagione era ampiamente sotto le aspettative. Una strategia narrativa pessima che sottolinea dei passaggi ai fini del racconto totale, però vi siete tutti accontentati con Le nozze di sangue e Le piogge di Castamere.

La sorpresa è una serie che parla di politica fatta negli Usa, con due grandi attori come Kevin Spacey, che merita l’emmy per l’interpretazione, e Robin Wright. Spacey è anche produttore esecutivo, insieme a David Fincher, quello di Fight Club e Zodiac, e Beau Willimon, sceneggiatore de Le Idi di Marzo, con George Clooney alle prese con intrighi politici, che ha adattato il romanzo di Micheal Dobbs. Ora, la sorpresa sta nel fatto che il produttore è Netflix, quindi tutto va in streaming, ma a pagamento. Io non mi sorprendo di nulla, perché avendola vista è sicuramente uno dei titoli migliori degli ultimi anni. Questo lo dico come spettatore. Se mi sposto nel lato dell’analisi sul mercato dei top player allora c’è qualcosa di nuovo, anche per la rete stessa, che smette di essere solo il portatore, dei contenuti, ma può costruirli con nuove strade. In Italia non abbiamo ancora Netflix, si pensa che il prossimo anno potrebbe essere quello giusto, ma sono rumours che rimbalzano da un anno circa.

All’inizio dell’anno era arrivata la dichiarazione di Piersilvio Berlusconi dell’idea di creare una Netflix italiana. Davvero buona, ma francamente non vorrei che anche le mie connessioni venissero inquinate da Gabriel Garko e Manuela Arcuri. Eppure ci vorrebbe lo sbarco di Netflix in Italia, la barriera linguistica sarebbe abbattuta dall’uso dei sottotitoli, oggi le community sono bravissime e magari si potrebbe iniziare una produzione più di stampo europeo, o magari a target. Quello che ci vorrebbe è una sveglia che rompesse un meccanismo malato, sicuramente consociativo (perdonate l’espressione) che vada davvero ad affrontare la serialità italiana, spesso troppo adagiata nelle sue macchiette e nei suoi vizi, con un cinema ancorato a sogni artistoidi stantii.

Però tanto è solo tv. Oppure no?

Requiem per L’Europeo

Requiem per L'Europeo

L'editoria se la passe male e non solo in Italia, però quando a sparire è una rivista di grandissimo prestigio è proprio una brutta notizia. Dopo lo stop temporaneo di Linus, a chiudere, sembra senza appello, ora è L'Europeo, che si era già fermato per anni. Il settimanale, poi mensile, fondato da Arrigo Benedetti è arrivato al capolinea e lo dice il suo direttore attuale Daniele Protti, a cui va simpatia e merita per la pervicacia con cui ha portato avanti questo progetto. Per L'Europeo è passato il meglio della cultura e del giornalismo del nostro paese. Nomi come Besozzi, Bocca, Malaparte, Stella, Pannunzio, Del Buono, Fallaci, prima della svolta antislamica, Ortese, Flaiano, Vertone e molti altri che fanno una lista preziosa che andrebbe sempre tenuta a mente.

L'ultimo numero è davvero una bella sintesi di questa storia fatta di storia, di chi ha voluto raccontare un paese, nel bene e nel male, i suoi cambiamenti, fra vittorie e sconfitte. L'ho sfogliato prima di scrivere questo post, fermandomi sul ritratto che Curzio Malaparte del leader del Pci Palmiro Togliatti, del reportage da Saigon di Oriana Fallaci e dell'intelligente viaggio di Flaiano nel cinema di Kubrick. Basterebbe questo per giustificare un acquisto, ma c'è anche tanto di più, corredato da fotografie sempre curatissime. Dispiace considerando come ogni mese escano e muoiano riviste che inseguano qualche copia di vendite in più con nomi con termini tipo click e web, ma chi frequenta la rete sa che certe cose le trovi direttamente su internet. Che si fa allora? Si discute di business model, dal freemium ai nuovi metodi di pagamento più veloci, senza però chiederci se c'è tempo o voglia di leggere una rivista. Sarebbe quasi da riproporre il dibattito fra orizzontalità e verticalità, scomodando Deleuze e Focault, ma questa non è la sede, o forse lo è anche, ma sono anche stanco perché spesso quello che manca è l'attenzione.

Se si vedono con attenzione i dati di Audipress si vedono che tutto il comparto (quotidiani più periodici) perdono copie e perdono investimenti pubblicitari. C'è un colpevole? Non ha senso ragionare in questo modo, visto che il fenomeno è mondiale, c'è sicuramente un cambiamento potente di linguaggi e mezzi di comunicazione, ma anche di abitudine e di temi, credo che venti anni fa nessuno immaginava ci potessero essere periodici dedicati al mondo del tatuaggio, o delle unghie, diciamo del nailing. Il punto è che non si tratta della carta, ma delle storie e anche di un sistema industriale del racconto. Credo che la prima cosa sia renderci conto che la qualità va pagata, fondamentalmente, che il sistema dovrebbe basarsi sul contenuto, che è già una forma, certamente in connubio con la piattaforma su cui viene declinato. Ma ci siamo vicini o siamo già troppo lontani?

Sei stronzo? Allora paga la tassa!

Sei stronzo? Allora paga la tassa!

Prendo spunto sulla vicenda Calderoli-Kienge, inutile stare a rivangare i dettagli, diciamo che i leghisti nei comizi si lasciano prendere la mano. E' un eufismo lo so.

Stamattina l'uomo del porcellum ci voleva mettere una toppa, ma è stato peggio. Ha dichiarato che il suo ha espresso un parere estetico e che lui ama gli animali.

……..

Cosa intendesse si perde nei meandri dell'interpretazione filo-psicologica, eppure un senso lo dovrebbe avere. Credo che oltre a lui si dovrebbero dimettere anche i suoi elettori. Purtroppo non è possibile. Certo ricordare che la Idem si è dimessa per una faccenda di Imu non pagata non basta, perché qui se tocchi i soldi arriva al cuore dell'indignazione. Allora io ho una proposta: resettiamo tutte le tasse e mettiamone una sola, la tassa sulla stronzaggine. Sappiamo benissimo che si potrebbe risanare il debito pubblico. Io non sto scherzando. Se pensiamo al mondo social, a Prism, all'Nsa e a tutto il sistema spionistico mondiale pre e post Echelon, siamo in possesso della tecnologia che può rivelare il grado di stronzaggine di un singolo, di un gruppo e di una società.

E non sono solo politici, ma anche tanta gente. Ieri sera per esempio ero ad Eataly e c'era questo tipo con i mocassini scamosciati azzurri, purtroppo non c'è ancora una tassa per certi capi di abbigliamento, e ha fatto un'ordinazione ad una cassiera nera scandendo parola per parola, chiudendo con un sorrisetto di soddisfazione, che intendeva: "bisogna aiutarli sti poretti". La cassiera ha risposto con un italiano fluente. Qui sta il punto. Come fai a pensare che un'azienda come Eataly, una brand molto forte, metta al contatto col pubblico metta una persona che non sa parlare l'italiano? Sei un po' stronzo solo perchè è nera, il che non vuol dire che non sia nata qui o che parli la lingua. Allora paga!

Di esempi ne vediamo ogni istante, quindi secondo l'IAS, Imposta Atti Stronzaggine, paghi. Si può obiettare che è soggettivo, ma non credo. Ci sono dei criteri oggettivi evidenti, come il bullismo, la sopraffazione, ecc. Pensate agli uomini che si toccano il pacco mentre parlano con il cellulare, come se aumentasse la ricezione, oppure quelli che sul treno urlano al cellulare, penso che una misura comune si possa trovare. Voi che ne dite?